"Colei che brevemente
fu
e che mai in vita conobbi"
QUANDO L'IMMAGINAZIONE
ECLISSA LA REALTA'.
L'INCREDIBILE E MISTERIOSA
AVVENTURA
VISSUTA DA UN RAGAZZO
OLTRE I CONFINI DELLA VITA
LA TRAMA DELLA STORIA
La narrazione è ambientata
a Messina, nella parte più alta ed antica del cimitero, dove è tuttora sepolta
la protagonista del racconto.
Manuel, un ragazzo
diciannovenne messinese strano e solitario, rincorre ossessionatamene l’ombra
di una ragazza vissuta nella stessa città per quasi diciassette anni nel secolo
dell’Ottocento, figlia di nobili dell’epoca, Marietta Cianciolo.
Si lascia talmente coinvolgere
da quest’incantesimo, da effettuare minuziose ricerche sull’identità e sulla
vita passata di lei. Arriverà a rasentare la follia non riuscendo più a
distinguere il confine che divide il reale dall’immaginario. Farà rinascere
dalla morte la ragazza grazie alla forza dell’immaginazione e alla sua fervida
fantasia, fino a instaurare con lei un rapporto di profonda amicizia fatta di
confidenziali dialoghi di alto spessore umano e spirituale, colmi di semplicità
e tenerezza.
Il romanzo racchiude
citazioni sulla storia di Messina antica con
particolare riferimento alle origini del Cimitero Monumentale e alla
genealogia di qualche famiglia nobile messinese dell’Ottocento.
INTRODUZIONE
Vi giuro che non so
neanch’io il perché abbia scritto questa storia inverosimile, chissà perché
l’ho fatto! chissà chi mi ha ispirato! certo non io stesso, di questo almeno ne
sono sicuro. Quando si è troppo soli o ci si sente del tutto incompresi, si può
arrivare a inventare un’amica immaginaria alla quale poter confidare i propri
sogni, le proprie emozioni, le paure e le speranze di chi sa di poter dare
molto agli altri ma di non essere messo in condizione di poterlo fare. È un po’
come quando uno parla da solo, e magari arriva al punto perfino di confondersi,
oppure si guarda allo specchio invecchiato di fuori e, riflesso, si vede
bambino di dentro, come se il tempo della giovinezza non fosse mai trascorso e
restasse eterno in sintonia e simbiosi con la propria anima. Alla cosiddetta
“maturità” d’un uomo che è già vecchio senza rendersene conto, che nel suo
cuore ha già sostituito il mondo delle favole con quello dei soldi e della
posizione sociale, io oppongo la meraviglia e lo stupore dei miei occhi rimasti
ancora di bambino, capaci di vedere il mondo come un nuovo gioco, un magico
Natale pieno di luci e palline colorate, di ricreare con la fantasia
l’innocenza e la tenerezza di chi bacia per la prima volta. Se solo potessi,
attraverso le mie poesie o i miei libri, far capire a tutti che è nella
semplicità, nella purezza incontaminata dei sogni, nel far rivivere il bambino
presente in ognuno di noi, che si può trovare la vera felicità, la serenità,
quella luce che ci fa sentire più vicino a Dio in una vita piena di significato
e d’amore. Se solo riuscissi a farmi ascoltare tramite questo libro arrivando
dritto al cuore del lettore, prestandogli i miei occhi, gli farei ammirare
quanta poesia vi è in un fiore che sboccia, in un bimbo che ride, in un raggio
di sole, nel volo di un airone e in mille e mille altre piccole cose quotidiane
della vita che sono state create per noi, affinché ogni uomo possa rinascere
ogni volta, sentendosi in armonia con l’universo, parte di esso, ritrovando la
propria dimensione. Se solo l’uomo riuscisse a guardarsi dentro e ad aprirsi
all’infinito che lo circonda, scoprirebbe quanto sia bello il mondo, quanto sia
favolosa la natura.
La bellezza, la felicità è
tutta intorno a noi, nei nostri sensi, nell’aria che respiriamo, in ogni
minuscola particella vivente che pullula di vita e d’amore. Ogni essere umano,
anche il più povero che possa esistere sulla faccia della terra, è ricco e non
sa di esserlo.
Per tutto questo, ho
deciso di scrivere questo libro. Nella figura di una creatura immaginaria, io
proietto tutto me stesso, i miei sogni e le mie speranze, vedo riflesso Dio,
l’azzurro del cielo, il bacio della ragazza che amo, un bambino che non è mai
cresciuto. Questo racconto è per tutti voi che credete ancora alla magia dei
sogni ma soprattutto per chi non crede affinché possa provare a farlo. È anche
per tutti coloro che amano quella meravigliosa e fiabesca avventura che è la
vita che, anche se apparentemente può sembrare triste e difficile, in realtà è
splendida e degna di essere vissuta sempre e in ogni caso.
In Marietta, la
protagonista del mio romanzo, io proietto ancora tutto il mio sincero amore
verso una vita traboccante di emozioni e di speranze.
Forse è solo un sogno, lo
so, ma non posseggo null’altro, è tutto quello che ho.
Il romanzo è narrato quasi
per intero in prima persona e mi vede protagonista.
Tuttavia ho preferito
usare lo pseudonimo di Manuel. Tutti i nomi e i fatti citati nel racconto
corrispondono a persone realmente vissute e a fatti realmente accaduti.
L’Autore
COM’ERO. IL MIO STATO
D’ANIMO
Avevo 19
anni, sì, solo 19 anni, l’età più bella, sentivo dire dagli altri; l’età che
tutti desidererebbero avere e magari mantenerla per sempre, a dispetto del
tempo. Ma io, io non ero felice. Era come se quella bellissima età non mi
appartenesse, o meglio non fosse stata mai mia. Se dovessi giudicarmi per
com’ero allora, con gli occhi obiettivi e più maturi di adesso, probabilmente
mi verrebbe facile dedurre che ero completamente immaturo, vittimista, strano e
aggiungerei anche un po’ folle, anzi del tutto folle, ma d’una follia che
rasenta la creatività, una follia sinonimo di stranezza, tipica di quelle anime
elette, fragili, eternamente insoddisfatte che identificano nei sogni la loro
voglia d’evasione, il desiderio, anzi il bisogno, di protendersi verso
l’agognata libertà assoluta, unica àncora di salvezza contro gli abissi del
dolore. Continuando a guardarmi con gli occhi di adesso, devo ammettere che
oltre ad essere o voler sembrare folle, avevo radicata in me sin dalla nascita,
una sorta di tristezza senza guarigione, desolata e abbandonata, senza una
motivazione plausibile che la giustificasse. Una strana tristezza che io, un
po’ ingenuamente, ritenevo potesse essere prerogativa dei geni incompresi e che
contribuiva negativamente a farmi isolare sempre più dai miei coetanei, dai
miei genitori, dal mondo che mi circondava e che appariva ai miei occhi tutto
sbagliato. Era una tristezza che non trovava assolutamente sbocchi perché
alimentata sempre e solo dal mio io, chiusa in un lacerante e ingiustificato
pessimismo. Già, devo chiamarlo proprio così “ingiustificato pessimismo” perché
in verità non vi era stato proprio nulla di così rilevante da poter
giustificare un simile stato d’animo. Nulla la vita mi aveva riservato di così
triste e crudele, ad altri, sicuramente, molto di più. Penso, ad esempio, agli
handicappati, ai tanti malati che scoprono il dolore giorno dopo giorno nelle
corsie degli ospedali, agli emarginati di ogni genere, agli orfani, ai poveri,
ai vecchi soli al mondo abbandonati al loro destino, a chiunque insomma possa
aver sperimentato realmente tutto il male che io pensavo fosse destinato solo a
me e a nessun altro. La cosa che oggi mi sembra più assurda, consisteva nel
fatto che io mi ero proprio crogiolato nella mia stessa tristezza, mi ero quasi
chiuso in una specie di urna di cristallo dove proteggermi dalle insidie del
mondo e da tutto ciò che rappresentava la vita all’esterno e che mi ruotava
intorno. Fuggivo dal mondo e, quel che era peggio, da me stesso. La tristezza
era per me diventata quasi un alibi, un approdo sicuro, un modo di essere nel
quale trovare la mia dimensione più congeniale. Tristezza uguale incomprensione
degli altri verso di me, questo era il mio assurdo binomio che serviva solo per
alimentare maggiormente la mia solitudine. A dire il vero, ho sempre cercato in
quel periodo e in special modo adesso che ho una capacità di analisi migliore,
di scavare nella mia infanzia con la speranza di trovare una risposta a quel
mio inusuale modo di essere e di rapportarmi agli altri, modo che, sia pure in
minuscola parte, mi porto ancora adesso, nonostante i miei 40 anni superati.
Ma, nonostante mi sforzi minuziosamente a trovare qualche indizio utile alla
causa, qualunque giusta e valida prova, non riesco a riscontrare nulla di
realmente importante. Sento dire che ogni essere umano sia il prodotto di un
insieme di fattori ereditari che s’intersecano tra loro, di una infinità di
condizionamenti ambientali, probabilmente questo è anche vero, ma io non riesco
a scorgere proprio nessuno dal quale possa aver ereditato un carattere così
particolare. Forse l’esser venuto al mondo dopo ben 16 anni dalla nascita di
mia sorella e da una madre non più giovanissima particolarmente attaccata a me
e troppo apprensiva nei miei confronti, può forse aver generato nella mia
psiche, una certa insicurezza scaturita proprio dal troppo affetto materno. Una
iperprotettività che mi ha impedito di crescere, di spiccare il volo verso
nuovi orizzonti che apparivano ai miei occhi, sconosciuti e temuti.
Siamo
sempre però nel campo delle ipotesi perché io, in realtà, testardo e un po’
narcisista oltre che esibizionista, facevo sempre di testa mia, non prendendo
troppo in considerazione i consigli e gli insegnamenti di mia madre, come
quelli, del resto, di chiunque altro. Tutto questo però non lo facevo per
ribellione o per il semplice e banale gusto di trasgredire, ma perché ritenevo,
e ne sono convinto anche adesso, che sia giusto fare ognuno le proprie
esperienze, magari sbagliando per poi correggersi da soli senza commettere mai
più, possibilmente, gli stessi errori. Solo così si può crescere e maturare,
imparando sulla propria pelle, a proprie spese. Ho sempre pensato che nella
vita bisogna appoggiarsi soprattutto a se stessi e alle proprie forze perché
non esiste nessuno al mondo all’infuori di noi stessi, capace di capirci e
volerci bene più di quanto possiamo volercene noi. Non bisogna ovviamente
cadere nell’eccesso, ossia cedere all’egoismo, ma dosare il tutto con
intelligenza ed equilibrio. Solo chi ama veramente se stesso, può poi
trasferire parte di questo amore al prossimo. Questa è un po’ una mia legge, un
mio modo di pensare che non pretende assolutamente di essere condiviso o di
valere per tutti.
Anche il
mio rapporto con la religione e con la fede, era un po’ vacillante in quel
periodo, non solido come avrebbe dovuto essere. Sì, credevo in linea teorica
all’esistenza di un Dio, anche perché cresciuto in una famiglia di forte
ispirazione cattolica.
Conoscevo
per averli sentiti nell’aria, anche inconsapevolmente, gli insegnamenti del
Vangelo, i dogmi ai quali prestare solenne fedeltà. Ma, al momento estremo del
bisogno, più che alla provvidenza divina, mi rivolgevo alle mie stesse forze,
alla mia volontà, alla voglia di reagire, di non lasciarmi andare. Tuttavia possedevo
dentro, una innata bontà che mi impediva persino di uccidere uno scarafaggio,
per non provare poi il rimorso di aver distrutto una vita che, anche se
apparentemente insignificante, rappresentava lo stesso una vita e come tale
esigeva il massimo rispetto. Incapace di fare del male a chiunque anche verso
chi ne faceva a me, non porgevo l’altra guancia, ma non reagivo, allontanandomi
da lui senza meditare vendette o provare rancore di nessun tipo. Avevo pochi
amici a causa del mio carattere schivo e solitario ma non ho mai avuto nemici.
Mi facevo voler bene ed ero sempre pronto ad ascoltare chiunque senza
pregiudizi di nessun tipo. Non riuscivo proprio a dar dispiaceri a nessuno se
non a me stesso. Non trovavo giusto fare agli altri quello che non avrei voluto
fosse fatto a me. Il mio era un ragionamento logico, elementare, non scaturito
o influenzato dall’insegnamento cristiano, anche se poi, in pratica, coincideva
perfettamente. La cosa più curiosa di allora, consisteva nel fatto di essere
arrivato addirittura a mitizzare la sofferenza e, di conseguenza, anche la mia
tristezza.
Pensavo
fosse quasi un dono divino che sarebbe servito all’uomo, ma non per redimerlo
scontando i peccati terreni in prospettiva d’una redenzione futura, ma bensì
per esternare la propria sensibilità artistica. Già, avevo creato un altro
assurdo binomio che consideravo allora inscindibile e che tuttora sono convinto
che possa esistere, sofferenza uguale arte. Soltanto soffrendo, pensavo, è
possibile diventare sensibili e di conseguenza artisti. Più si soffre e
maggiormente si matura, si alimenta l’ispirazione artistica.
Non è un
caso che le mie poesie più belle, o almeno quelle alle quali sono più legato,
le più vere, le più sincere siano nate da una sorgente che esprimeva la tristezza
d’un momento. Non so perché, ma ancor oggi, non riesco a scrivere nulla
nell’istante in cui sento di essere felice o sereno per meglio dire, perché
“felicità” è una parola troppo grande. Un artista, in genere, compone quando
sente dentro il bisogno di comunicare qualcosa agli altri, una propria intima
emozione, che è tanto più forte ed intensa, quanto più ombra ha nel cuore. Un
uomo cerca l’acqua solo quando ha tanta sete. Non so perché ma è così.
Confesso
però che mi sarebbe piaciuto e che mi piacerebbe ancora, poter scrivere in un
momento di gioia, proprio per sentirmi altruista e aiutare così il mio
prossimo, trasferendogli tramite l’arte, un po’ della mia letizia. Purché lo
voglia chiunque, non solo artista, nella vita di tutti i giorni, può regalare
un sorriso a chi ne ha veramente bisogno che, per quanto piccolo possa sembrare
agli occhi di chi lo offre, è sempre meravigliosamente grande e importante per
chi lo riceve.
Ritornando
a guardarmi all’età di 19 anni, continuo a non capire ancora il motivo per il
quale preferissi la solitudine dei cimiteri, alle compagnie e ai divertimenti
giovani.
Non mi
rendo conto del perché di tutte le fobie d’allora, delle mie ansie implacabili,
delle mie paure ossessive, della mia in un certo senso depressione, tutti
problemi che, fortunatamente, ho risolto in età adulta tranne qualche minuscolo
residuo facilmente domabile, ma che allora, sembravano per me inguaribili,
autentici drammi. È strano però il fatto che io, cantore follemente innamorato
della bellezza dell’adolescenza e più in generale della giovinezza, debba
trovare un po’ di equilibrio e di serenità, soltanto oggi che ho 40 anni, trovo
tutto questo così paradossale e non mi oriento più. Se solo avessi avuto, in
quel periodo, lo stesso coraggio che ho adesso di prendere di petto tutti i
miei problemi, di affrontarli con coraggio, faccia a faccia, senza partire
battuto ma con la consapevolezza di poterli vincere, di poter dire loro: “Non
mi fate più paura, io sono più forte di voi!”
Se solo
avessi avuto allora l’intelligenza, la maturità, la saggezza che mi ritrovo
oggi e soprattutto la forza di credere nella mia volontà, tutto sarebbe stato
diverso e forse non avrei avuto nemmeno l’ispirazione per scrivere la storia
che sto per raccontarvi. Ma, nella vita, nulla accade per caso, anche se in
apparenza può sembrare senza spiegazione. Sarei stato un ragazzo praticamente
normale come tanti altri, anche se, in ogni caso, la normalità è sempre
relativa e riduttiva se per normalità si vuole intendere massificazione, fare
cioè quello che tutti fanno, che gli altri vorrebbero che tu facessi.
Bisognerebbe sempre, in tutti i modi possibili, battersi per difendere il
proprio modo di esprimersi e di essere, senza assurde e incomprensibili
maschere imposte da una società troppo
spesso stereotipata e insensibile alle esigenze del singolo. E pensare
che ogni essere umano è un esperimento di vita, unico e irripetibile e che ha
quindi tutto il diritto di essere uno spirito libero, al di fuori di schemi
preconfezionati, tradizioni o condizionamenti di nessun tipo, felice di
manifestare la propria identità che si diversifica da quella degli altri ma,
allo stesso tempo, si integra con l’altrui libertà, rendendo la vita ancora più
bella perché varia, tollerante, colorata. Uno strano ragazzo, sicuramente,
molto particolare, fuori dal comune, ero io. Magro, con i capelli lunghi,
vestito in maniera trasandata, senza seguire nessuna moda in voga in quel
periodo. Un look schizofrenico, nel senso di liberissimo, contraddittorio,
fuori da ogni regola o criterio di abbigliamento, senza il minimo abbinamento
di colori che potesse dare un certo gusto estetico all’occhio. Alternavo
assurdi pantaloni a quadretti tipici da clown, a strane e lunghe giacche rosa.
A volte vestivo completamente di nero con dei spettrali occhiali scuri,
accentuando così la mia magrezza che era per me una specie di complesso, a tal
punto da impedirmi di mettermi in costume da bagno pur adorando il mare.
Portavo sempre dei fazzoletti intorno al collo, di vario colore che mi
procuravano, e ne ero molto orgoglioso, un’aria misteriosa e un po’ tenebrosa
ma, al tempo stesso, potevo dare l’impressione di un bambino diventato
adolescente troppo in fretta che suscitava immediata tenerezza e un istinto
quasi materno di protezione. Non ero certamente brutto, anzi tutt’altro. Ero
forse simpatico e persino carino ma non facevo nulla per evidenziare queste mie
qualità, anzi, facevo del tutto per tenerle nascoste. Il colore chiaro dei miei
occhi, ad esempio, che spiccava con la mia carnagione abbronzata e col castano
dei miei capelli, veniva quasi sempre nascosto da occhiali scuri, come già
detto, e il vestiario poteva sembrare più da zingaro anziché quello di un
ragazzo che vuol farsi ammirare in armonia con la propria giovane età. Facevo
insomma, forse in parte anche involontariamente, di tutto per sembrare più
inguardabile di quanto in realtà non lo fossi, presentandomi agli altri come
mai e poi mai avrei dovuto apparire. La dolcezza quasi infantile del mio viso,
i miei lineamenti oserei dire quasi efebici, erano continuamente mortificati e
messi in discussione da un’espressione che io, ad arte, facevo diventare da
duro oppure di chi sembrava perso nel vuoto che contrastava nettamente con la
mia disarmante sensibilità e soprattutto con l’età che dimostravo. Avevo
infatti la grande fortuna che ho anche adesso, di sembrare un paio d’anni più
piccolo rispetto alla mia vera età. Potevo dimostrare sì e no 14 o al massimo
15 anni. Guardandomi per ore allo specchio, a volte mi piacevo, altre invece mi
detestavo trovandomi tutti i difetti possibili, fino al punto di rompere gli
specchi. Era innata in me una certa timidezza che ancora un po’ conservo e che
si manifestava nella mia quasi impossibilità di fissare a lungo negli occhi
qualunque interlocutore, specie se si trattasse di una ragazza. I miei occhi un
po’ impauriti, spesso si abbassavano di colpo, come per cercare un nascondiglio
nel quale potersi rifugiare. Già, le ragazze. Con loro il mio è stato sempre un
rapporto particolare. Anche in questo campo, il mio grande amore per il sogno
veniva a galla. trasformando la realtà in immaginazione. Vivevo infatti amori
immaginari e platonici. Le ragazze che solo io sapevo di amare, esistevano
davvero, se non altro, e non come la protagonista defunta di questo libro, ma
non sapevano mai nulla del mio segreto amore nei loro confronti. Io, fra
l’altro, sia per timidezza, sia per la paura di guastare il sogno, non avrei
mai avuto il coraggio di confessarlo. Questo mio infantile e patologico modo di
concepire l’amore, in piccola parte mi è rimasto ancora oggi nella mia
personalità di adulto. Infatti forse ora non cerco una ragazza o una donna
specifica in quanto tale, ma amo l’idea dell’amore, della compagna che non si
trova, che non esiste, quasi sublimata in angelo, segno d’una chiara mancanza
di predisposizione e di adattamento alla vita reale. Sensibilissimo com’ero, lo
sono ancora adesso, consapevole di essere diverso dai miei coetanei ma mai
reputandomi superiore a loro, cercavo di attirare la mia attenzione presso le
ragazze, adottando un comportamento inusuale, a dir poco strano se non folle,
ma ottenevo sempre inevitabilmente l’effetto contrario e diventavo ridicolo ai
loro occhi. Non avevo la maturità e la furbizia necessarie per capire che, per
avere successo con l’altro sesso, per essere apprezzati, bisogna semplicemente
essere se stessi. Andava a finire così che mi sentissi sempre più solo,
giudicando tutte le ragazze, nessuna esclusa, vuote, superficiali e
materialiste, prede di facili ideologie alla moda e incapaci di comprendere la
mia interiorità. Non capivo che l’unico che non funzionava in quel contesto,
ero proprio io, io e soltanto io. Ricordo che spesso dedicavo loro poesie, già
le poesie. La mia passione per lo scrivere
ha radici lontanissime nel tempo, risale agli albori della mia vita, fa
parte di me. A volte mi viene il dubbio che scrivessi già dalla pancia di mia
madre. Ero e sono comunque veramente contento di questa mia inclinazione, guai
se non ci fosse. Mi ha aiutato moltissimo in quel periodo e mi è molto utile
anche adesso. È l’unica cosa che so fare, una valvola di sfogo, un modo per
canalizzare le mie energie, quasi una confessione, un aprirmi con me stesso e
verso gli altri. È un bene quando le mie frustrazioni, le mie nevrosi, anziché
uscire sotto forma di malattie, vengon fuori tradotte in espressioni
artistiche. Guai se non scrivessi più, sarebbe come ammettere di essere morto.
Credo di avere delle qualità, del talento. È un vero peccato che non se ne sia
accorto proprio nessuno, che non mi abbiano mai dato fiducia credendo in me.
Continuando a viaggiare sulla mia ipotetica macchina del tempo e tornando a
ritroso con la memoria, mi vedo davvero stupido all’età di 19 anni, troppo
immaturo e troppo bambino. 19 anni che potevano benissimo essere 30, 40, 50, 80
in base alla mia sensibilità artistica ma che, allo stesso tempo, potevano
sembrare 12, 10, 8 per il mio modo di porgermi verso me stesso e verso gli
altri. Non capivo la cosa più importante ed elementare di tutte le conoscenze
in genere e cioè che la vera felicità, la si può trovare nelle piccole cose
quotidiane della vita e che sgorga spontanea dentro di noi. Ma non ero l’unico
a non aver capito questa semplice verità. Quanta gente importante nel corso
della storia non l’ha compresa! Dottori, scienziati, filosofi, poeti,
insegnanti sono magari in grado di recitare la Divina Commedia a memoria o
tutti i classici della letteratura, ma poi non sono capaci di distinguere il
ramo da una foglia. Quando si è troppo impegnati a pensare in grande, ci si
dimentica completamente delle piccole cose della vita che sono le più
importanti, le più vere, che fanno parte di noi, che vivono con noi e intorno a
noi come piccole sorelle non viste dalla nostra cecità assoluta, non percepite
dalla nostra attenzione e dal nostro cuore tutto assorbito dal marasma d’una
vita materiale. A volte, confesso che vorrei che ogni uomo facesse un piccolo
salto nell’aldilà per scoprire la bellezza della propria spiritualità, per poi
ridiscendere in carne e ossa su questa terra. Solo allora si renderebbe conto
di aver vissuto male, anteponendo la legge della materia a quella dell’anima,
smarrendo del tutto la propria identità, la vera essenza della vita. Ho
ritenuto giusto, cari lettori, fare questa abbondante premessa su com’ero
all’età di 19 anni, non con l’intenzione di annoiarvi anzi qualora questo fosse
avvenuto me ne scuso sentitamente, ma poiché credo sia necessaria per
inquadrare meglio la mia personalità al tempo in cui si svolsero i fatti che
sto per narrarvi, proprio in virtù dell’originalità e della stranezza di tali
fatti.
La verità
sta proprio nella considerazione che solo uno strano ragazzo quale io ero
all’età di 19 anni, poteva trovare l’ispirazione per scrivere una storia così
assurda ma anche così coinvolgente.
MESSINA, INVERNO 1984
Non
ricordo con esattezza il giorno preciso del mese in cui cominciò questa strana
storia.
So che
tutto ebbe inizio così, semplicemente, come quelle storie che nascono senza un
perché, con quel famoso detto “C’era una volta” così caro a bambini che lo
ascoltavano in dormiveglia, dalle care voci delle nonne o delle mamme,
all’inizio di qualsiasi fiaba. Com’è lontano quel magico tempo! Le fate sono
diventate giochi elettronici. Oggi tutto è maledettamente cambiato e appare
glaciale, freddamente scontato, terribilmente calcolato. Siamo entrati in un
tunnel senza uscita e senza ritorno, proiettati dal falso progresso verso un
mondo futurista, dove persino il nostro destino risulta scritto in fondo alla
memoria d’un computer.
Mass
media che dilatano e condizionano le nostre coscienze, satelliti artificiali
sulle nostre teste che ci spiano minacciando la nostra privacy e ancora
pubblicità senza fine che ci rende tutti visionari martellando il nostro
cervello. Nonostante tutto questo, io sono ancora qui a scrivere seguendo con
costanza e coerenza le mie idee di sempre, annullando, fin quando mi sarà
possibile e ne avrò la forza, il nulla che mi circonda con la forza della mia
fantasia, con la bellezza della mia immaginazione, con la gioia di vedere i
miei sogni realizzarsi spontaneamente, come una magia, senza falsità ed
inganni.
Dicevo,
quindi, di non ricordare il giorno esatto, ma posso dirvi con assoluta
certezza, che da pochi giorni era entrato l’anno 1984 e ci trovavamo ovviamente
nel mese di gennaio. Ricordo anche che era una fredda e malinconica mattinata
dal clima autunnale. E tornando a guidare la famosa e già citata macchina del
tempo, posso ancora vedermi così com’ero realmente, mentre camminavo per strada
per recarmi, come tutte le mattine, a scuola.
Potevano
essere circa le 8, considerando che alle 8,30 sarebbe suonata la campanella per
entrare in classe. Non ero vestito troppo male vista la maniera con la quale
uscivo in quel periodo, anche perché, a scuola, dovevo necessariamente
presentarmi con un look adeguato, forse troppo, tale da creare così l’eccesso
contrario, cioè quello di essere perfettamente intonati col vestiario, al luogo
nel quale si opera. Nonostante ciò, avevo sempre nel mio sguardo, quel solito alone
di mistero, quel non so che di velata ed indefinibile malinconia. Avevo
piuttosto da portare, oltre al mio sempre presente fardello di tristezza, un
peso materiale altrettanto consistente, quello dei miei libri che dovevo
necessariamente caricarmi sulle spalle e che servivano più a farmi diventare
curvo (alla Leopardi per intenderci) che per impartirmi una sottocultura
nozionistica, una specie di ignoranza colta. Ho sempre pensato che la vera
scuola, te la dà la vita, la strada dove le cose, giorno per giorno, ti
insegnano da sole il loro nome.
Si usava
nella mia classe ma penso anche in molte altre, per ragioni di convenienza tra
compagni di banco, dividere il numero dei libri esattamente a metà per
distribuire in parti uguali gli immani sforzi. Il mio compagno di banco, Piero,
veniva però da un piccolo paese del messinese, a metà tra la collina e la
montagna, Massa San Giorgio, e quindi, per un atto di dovuta cortesia nei suoi
riguardi, è andata a finire che i libri praticamente li portavo quasi tutti io,
abitando peraltro in centro, non molto lontano dalla scuola. Già, la scuola.
Una scuola per ragionieri, l’Istituto Tecnico Commerciale “Antonio Maria Jaci”.
Mi trovavo ormai a frequentare l’ultimo anno ma mi chiedevo ancora cosa ci
facessi io, quasi un genio dell’italiano, fortemente appassionato alla
letteratura e alla filosofia che sognava ancora ad occhi aperti di diventare
professore di Lettere, in una scuola di ragionieri. Uno dei miei tanti errori
nella vita. Mai, mai una volta in tempo ci si accorge di aver sbagliato,
sempre troppo tardi. E così, alternando
voti altissimi nelle materie letterarie, a quelli altrettanto bassi nelle
materie tecniche, senza essere mai stato rimandato o peggio ancora bocciato, continuavo
ad andare avanti lo stesso, tanto ormai si trattava soltanto dell’ultimo anno,
dell’ultimo sacrificio.
In fondo
a me piaceva studiare ma solo quelle materie che più mi prendevano e
affascinavano e non certamente quelle di tecnica o di ragioneria. Del resto, se
ognuno sceglie liberamente nello studio di seguire la strada per la quale si
sente più portato, ci sarà sicuramente un motivo. Io non ho avuto fortuna
neanche in questo, o forse non sono stato abbastanza lungimirante, non ho
saputo scegliere. Tutto si svolgeva a Messina, la mia cara città, una città
alla quale ho sempre voluto bene, non perché mi abbia dato qualcosa di
particolare ma perché vi ero nato, era un po’ come se fosse casa mia, se
rappresentasse la mia infanzia, alla quale ciascuno di noi resta sempre, nel
corso della vita, particolarmente legato. Forse sentivo di volerla bene, anche
perché, paranoicamente, in solitudine, la percorrevo sempre in lungo e largo,
camminando senza meta, solo con i miei pensieri e di conseguenza scattava verso
di essa, quasi un affetto particolare che definirei, in un certo senso,
familiare, quasi come se stessi girando o parlando da solo nella mia stanzetta.
La sentivo, insomma, appartenermi, essere mia, trovare posto tra le mie cose
più care e intime del cuore, come quei ricordi più belli a cui si è
particolarmente legati e che si custodiscono gelosamente. Eppure quel giorno
Messina, la mia Messina, aveva un aspetto spettrale, malinconico, quasi come un
inspiegabile presagio di quanto sarebbe poi accaduto. Un’atmosfera che si
conciliava perfettamente col mese invernale di gennaio ma non certamente con la
solarità della città che, il più delle volte, splendeva al sole. Non so dire
con esattezza cosa sia accaduto in me quella mattina, anche perché mai prima
d’allora mi era balenata in mente l’idea di marinare la scuola, per non avere
poi rimorsi nei confronti dei miei genitori e soprattutto di me stesso. Ma
quella mattina tutto sembrava diverso, strano, insolito, incredibilmente nuovo.
Dentro di me, qualcosa o qualcuno che non sapevo chi o cosa fosse, mi stava
incitando, fino a proibirmelo categoricamente, di non recarmi a scuola. Era
come se avessi un appuntamento sconosciuto ma importante, al quale non potevo
assolutamente mancare o rinunciare.
Non avevo
più nessun tipo di rimorso, dubbio o ripensamento nel prendere quella
decisione, dovevo non entrare e basta. Così, cambiai subito direzione e anziché
andare verso la scuola, mi indirizzai alla zona opposta, verso sud. Era come se
fossi guidato a distanza da un comando che non potevo vedere ma che sentivo mi
stesse catturando, muovendo i pulsanti, orientandomi verso di esso. Ero
praticamente un automa che camminava spinto da una forza misteriosa e
invisibile, come si trattasse di una calamita. Persino i miei libri non mi
pesavano, erano diventati, di colpo, leggeri, sembrava non ci fossero più.
Camminai così, come un’ombra senza identità, per circa mezz’ora, con un passo
svelto ma che nulla aveva a che fare con la corsa. Quel mio strano camminare,
s’interruppe esattamente davanti alla porta centrale del Gran Camposanto della
mia città. Proprio lì, una voce intima che neanch’io riuscivo a decifrare e a
capire da dove provenisse e cosa volesse da me, mi obbligò a fermarmi di colpo
e, introducendosi nei labirinti della mia mente, prendendo il totale controllo
sulla mia volontà, mi fece varcare la soglia, spingendomi ad entrarvi dentro.
DENTRO IL GRAN
CAMPOSANTO
Mai prima
d’allora avevo avvertito il bisogno di esplorare la bellezza, se di bellezza si
può parlare trattandosi di un luogo di preghiera che richiama pur sempre alla
morte, di un cimitero che risulta essere il secondo d’Italia come grandezza, e
classificabile tra i più belli in assoluto per la ricchezza di statue,
monumenti, sculture e opere d’arte funeraria che contiene, alcune delle quali
antichissime. Soltanto il giorno dell’anniversario della commemorazione dei
defunti, avevo l’abitudine di visitarlo, come tutti del resto.
Pur
essendo, per natura, fortemente attratto da tutto ciò che è sepolcrale, sempre
catturato dalle epigrafi e dalle foto dei defunti, non avevo mai sentito il
bisogno o la necessità di andarci in altre occasioni. Ma quella mattina, tutto
cambiava, ciò che mai sarebbe potuto succedere, ora accadeva con naturalezza
come fosse già scritto, stabilito. Ciò che prima d’allora poteva considerarsi
impossibile, diventava assolutamente lecito, tangibile.
Fortunatamente
non v’era nessun accompagnamento funebre all’entrata, ma solo una carrozza con
un cavallo e un ragazzo handicappato di circa 30 anni che si divertiva a
prendere le ghirlande dalla stanza dove vigilava il custode del cimitero e a
portarle su quel carro. Poi le riprendeva dal carro e le riportava nuovamente
nella stanza del custode, con un ritmo ripetitivo e monotono, minimale, come un
uomo disperatamente solo che, vittima delle proprie paranoie, non riesce a
liberarsene mai, neppure quando dorme la notte. Il viso dell’handicappato era
allegro, spensierato, assolutamente privo di ogni espressione logica. Eppure
io, in quel momento, ero arrivato al punto di invidiarlo per quella sua strana
e inconsapevole contentezza che aveva dipinta sul viso, completamente
all’opposto del mio che non rideva quasi mai. Mi sembrava quasi un bambino,
inconsapevole dei pericoli della vita, ignaro di cosa lo attende.
Alla
guida del carro, vi era un uomo sulla cinquantina d’anni. Aveva un paio di
baffi folti e pittoreschi che si notavano immediatamente, tipici di certi
personaggi siciliani adatti ad essere ritratti in quei quadretti venduti ai turisti
come ricordo. I baffi erano bianchi, lo stesso colore argento dei capelli, in
realtà pochissimi, vi traspariva infatti un capo quasi calvo. Era intento a
fumare una sigaretta più per noia che per piacere. Di tanto in tanto, con ritmi
monotoni e lenti, alzava la bocca verso il cielo creando anelli di fumo. Non
aveva un’espressione triste, sembrava abituato a quel luogo, piuttosto dava
l’impressione di annoiarsi come colui che aspetta che succeda qualcosa da un
momento all’altro, che possa spezzare di colpo l’opprimente monotonia, anche
l’arrivo della morte, sarebbe già qualcosa di nuovo, di diverso. Il cavallo,
invece, al contrario dell’uomo, mostrava un’espressione profondamente triste,
sommessa, rassegnata. Quasi come capisse e partecipasse all’atmosfera del
luogo, muoveva uno zoccolo, poi l’altro, quindi rimaneva immobile come in
attesa e poi riprendeva nuovamente a muoversi con ritmi lenti ma perfettamente
intonati, come il direttore d’orchestra d’una litania funebre. Gli occhi
dell’animale, coperti e bassi, sembravano impenetrabili, persi nel vuoto. Il
guidatore del carro, ogni tanto volgeva lo sguardo sul quel povero ragazzo
handicappato e in quei momenti pareva più umano, meno assente. Ci fu un attimo,
ma fu solo un momento, in cui i nostri occhi s’incontrarono. Tuttavia fu un
tempo sufficiente per farci apparire strani l’uno agli occhi dell’altro. Lui si
stava chiedendo sicuramente cosa ci facesse un ragazzo con i libri di scuola al
cimitero di mattina ed io, a mia volta, mi domandavo come facesse un uomo
maturo a rimanere così calmo, così tranquillo in un luogo che infondeva
tristezza. In quei momenti, pur nella banalità di quelle considerazioni,
paradossalmente, la vita mi sembrò più bella, proprio perché piena di
situazioni strane ed imprevedibili, degna di essere vissuta fino in fondo. Era
avvenuto l’incontro occasionale di due età così diverse l’una dall’altra, di
due modi di essere e di pensare così difformi, almeno in apparenza, era la vita
stessa che ai miei occhi si faceva apprezzare con la sua varietà, capace di
apparire triste e ironica nello stesso frangente. Il guidatore del carro, il
ragazzo handicappato, io stesso che mi trovavo lì anziché a scuola, il cavallo
più umano dell’uomo, tutto pareva diventare di colpo favola e noi eravamo trasformati
in attori, inconsapevoli protagonisti di una recita strana, ma affascinante,
piccoli pezzi di un immenso e bellissimo mosaico che è l’umanità intera con le
sue sofferenze, le sue eterne contraddizioni, le sue stranezze, ricca del suo
scibile umano, fotografia di un mondo grigio ma che per magia può diventare a
colori. Furono tutte considerazioni che contribuirono a regalarmi un pizzico di
gioia in quel luogo triste, ma fu solo effimera e di breve durata, come una
goccia d’acqua tiepida che, cadendo per sbaglio dentro un bicchiere d’acqua
gelida, dà solo l’illusione di riscaldarla, non riuscendo a mitigare il
ghiaccio che v’è dentro. Ben presto, infatti, ritornai in sintonia con
l’atmosfera di quel luogo e, d’indole malinconica e facilmente orientato alla
tristezza quale io sono, mi venne subito in mente l’idea di fare un confronto,
quasi un parallelismo, tra l’angoscia del mio animo e l’aria di morte che si
respirava lì dentro, aria che avvolgeva ogni cosa di quel luogo anche
quell’esile farfalla che sperduta v’entra dentro, così per caso, perde i suoi
colori rubati all’arcobaleno e in breve muore, riposandosi, non uscendone più.
Dovevo
però riconoscere e ammettere che quel posto era anche particolarmente adatto a
suscitarmi pensieri profondi, a sviluppare in me una introspettiva meditazione,
specie sulla caducità della vita terrena, era capace persino a ispirarmi su
tematiche consone al mio stato d’animo. In particolare, la mia attenzione fu
richiamata come un flash da una scritta posta subito dopo l’entrata, quasi di
fronte alla stanza del custode. Erano parole di color nero vistoso incise su un
marmo bianco, virgolettate che dicevano: “Fummo come voi, sarete come noi”.
Anche questa lettura contribuì a farmi meditare ulteriormente. La reputai subito
significativa, perfettamente corrispondente al destino dell’uomo, rivelava una
cruda e amara verità per chi non avesse il dono della fede. Se l’uomo ponesse
al centro dei propri pensieri l’idea della morte così come ho sempre fatto io
sin da bambino, non riuscirebbe più a vivere tranquillo conoscerebbe la paura,
ma sarebbe sicuramente meno materialista e meno egoista. Se poi dovesse non
credere in Dio, allora sarebbe proprio un dramma senza consolazione e vana
risulterebbe la parola alla catastrofe dell’anima. Sarebbe la morte, il nulla
eterno, l’annientamento totale, definitivo. L’uomo messo completamente a nudo,
spogliato da ogni sciocca vanità, si troverebbe con le spalle al muro e la
parola fine davanti, sull’orlo del baratro e si estinguerebbe così, nel
riposante approdo d’un obitorio. Era quella mattina una giornata non festiva ed
io notavo che al cimitero vi era pochissima gente. Questo fatto però non
toglieva la mestizia a quel luogo, ma anzi lo rendeva ancora più solitario e
abbandonato.
Questo
scenario di morte che lì dentro si ripeteva ogni giorno, ogni ora, forse anche
ogni minuto, era qualcosa che infondeva nell’animo un non so che di
profondamente sommesso che riconduceva inequivocabilmente alla pace, al
silenzio. Quella paura iniziale che avevo avvertito non appena entrato al
cimitero, più per il fatto insolito di trovarmi lì che per un vero e proprio
timore, di colpo, svanì ed io, come se fossi ormai preparato al peggio, mi
sentivo come quel bambino che, osservando l’acqua gelida del mare, decide di
tuffarsi improvvisamente, per non sentire più freddo poi, quando l’onda lo può
travolgere e lui meno se lo aspetta.
LUNGO LE VIE DEL
CIMITERO
Con
questi pensieri, completamente assorto nel silenzio e nella meditazione,
percorrevo le vie del cimitero. D’un tratto, uno scossone intimo, simile a
quello che mi aveva spinto a recarmi fin lì, mi elettrizzò nuovamente e più
forte di prima, salendo sin dal profondo del mio io.
Quella
solita voce vaga ed indefinita, tornò a farsi sentire in me e a dirigere i miei
passi che poco prima erano incerti e senza una direzione ben precisa. Camminai
parecchio, senza mai fermarmi e sempre salendo, attraverso curve, strade larghe
e strette che si alternavano tra loro, che giravano e poi salivano ancora,
sembrava un labirinto, una salita senza fine. Man mano che la strada procedeva
verso l’alto, il tempo si mostrava sempre più brutto, minacciava la pioggia. Il
vento che nella mia città non manca quasi mai, ora sibilava tra le tombe,
sembrava il flebile lamento delle anime dei defunti. Soffiava spingendo le
foglie cadute per terra dagli alberi che ondeggiavano qua e là, leggere come
piume, era la danza della malinconia, la poesia delle solitudini, dell’inane,
del nulla. S’insinuava prepotente fra i cipressi, alberi silenziosi più dei
morti. Il vento lo sentivo dappertutto, echeggiava fin dentro le mie ossa,
regnava nelle mie vene mischiandosi con il mio sangue, unendosi col mio
respiro. Lo percepivo in ogni alito di vita, in ogni particella d’aria, perfino
sulle mie labbra, fredde e gelide come se baciassi la bocca d’un cadavere. Ogni
tanto si udiva dall’alto il canto di qualche uccello sparuto, il rumore d’un
paio d’ali, ma si interrompevano di colpo in un silenzio tombale, assoluto,
come per una forma di insolito rispetto a quel clima che non era rivolto al
canto ma all’elegia più sommessa, più cheta. Le nuvole dalle forme più bizzarre
ed inquietanti, giravano sopra la mia testa, il cielo diventava sempre più
scuro, pauroso ma non sembrava avesse la forza né la voglia di piangere le sue
lacrime di pioggia. Ma anche se l’avesse fatto, io avrei continuato
imperterrito il mio cammino, avrei portato a termine la mia missione. La
pioggia non mi avrebbe bagnato, non mi avrebbe fermato. Com’era lontana la mia
Messina solare! Le giornate estive, le spiagge, i primi raggi del mattino.
Tutto riconduceva al nero, alla malinconia, al mistero. Non avevo più neanche
la possibilità di riflettere sul motivo per il quale un ragazzo di 19 anni si
trovasse lì, e non davanti alla cattedra, in mezzo ai suoi compagni di classe,
per fare quello che era giusto e logico fare. Ero intento, quasi in trance, a
seguire la voce che mi esortava a proseguire il mio strano viaggio, spingendomi
oltre il limite, oltre quella barriera che divide quello che noi esseri terreni
poveri fantocci di creta chiamiamo reale, dall’irrazionale, dal soprannaturale,
da ciò che vive da sempre intorno a noi, nei nostri sensi, ma che non
percepiamo. Un mondo totalmente sconosciuto che per adesso, rinchiusi in questa
limitata e circoscritta dimensione, noi non possiamo vedere ma che esiste, è
soltanto invisibile ai nostri occhi, come qualcosa che non si fa mai toccare ma
che c’è e ci sarà sempre. Man mano che salivo, la città appariva sempre più
lontana e irraggiungibile, mentre chi mi stava aspettando da tempo, sembrava
sempre più vicina. Mi staccavo dal mondo dei vivi per avvicinarmi a quello dei
morti, conseguenza assolutamente indispensabile, abbandonare l’umano per essere
tutt’uno col soprannaturale. Il mare e la costa calabra che prima
s’intravedevano di rado, ora sparivano del tutto, eclissati interamente dai
cipressi che parevano fantasmi danzanti, mostri giganteschi. Mi trovavo in una
dimensione senza età, il mio orologio con le sue lancette ferme, statiche,
pareva disegnato, per niente reale. Non conoscevo più lo scorrere del tempo.
La
giovinezza era vecchiaia e la vecchiaia tornava ad essere giovinezza. Regnava
l’armonia del silenzio come un Dio della quiete, disturbato solo dai battiti
del mio cuore che acceleravano via via che mi avvicinavo alla meta ma era bello
ed emozionante anche in quel modo, era magico, era folle. E pensare che laggiù,
coperta dagli alberi, doveva pur esserci ancora Messina, caotica e frenetica
come tutte le mattine, con i suoi mercati, i suoi negozi, la sua gente che si
riversava per le strade, ma tutto questo a me sembrava inconsistente,
insignificante, totalmente estraneo, superfluo. Era mattina ma poteva essere
benissimo sera, notte. Era inverno ma poteva essere primavera per la speranzosa
attesa d’un’avventura indimenticabile che stavo per vivere in prima persona e
da solo. In fondo ero solo un ragazzo strano e solitario, ma in quel momento
ero immortale, senza età, quasi prescelto da una forza misteriosa e sconosciuta
ad essere l’attore principale d’un film senza finale, d’un gioco senza
spiegazione, d’un incontro senza precedenti, di una storia alla quale, anche se
avessi provato a raccontare, nessuno avrebbe mai creduto. Ma ecco che ora,
cominciavano a crollare dal cielo le prime goccioline d’acqua che restavano
tali senza mai divenire temporale. Avevano il solo compito di rendere
l’atmosfera ancora più coinvolgente,magica, inquietante, celestiale. Erano
sorelline gemelle, piccoli angioletti che cadevano dal cielo giù verso la terra
come finissime particelle di polvere di stelle. Piccoli angeli sotto forma di
acqua che cantavano con le loro voci di bambine la loro sinfonia, per me e
soltanto per me,mandate apposta da chi mi stava aspettando in segno di festa,
per creare una dolce accoglienza. Mi accarezzavano i capelli, il viso, le mani,
dappertutto. Continuavano a cadere dal cielo senza pausa, danzavano,
sperimentavano la terra. Ma fra la terra e il cielo, era più bello il cielo, e
così preferivano tornare indietro, lassù, da dove erano partite pochi istanti
prima, proprio come quei bambini piccolissimi che nascono su questa terra e
muoiono subito dopo, magari anche perché una madre non li vuol far nascere qui
e a loro non resta che tornare in cielo, ritornando ad essere angeli,
sostituendo il bacio non dato dalla mamma con un altro paradiso, molto più
bello, vero, eterno. Tutto questo accadeva solo a me e non so spiegarmi tuttora
il perché. Proprio a me che non avevo nulla di speciale rispetto agli altri
ragazzi della mia età. Anzi, a pensarci bene, qualcosa in più l’avevo da
sempre. Come ho fatto a non pensarci prima?
Avevo
qualcosa di grande, di estremamente importante e vitale, di immenso. Qualcosa
capace di far volare anche chi non ha mai avuto ali, capace di rendere ricchi
pur avendo solo una capanna. Qualcosa che Dio ha creato per gli uomini ma che
nessuno di loro prende più in considerazione, schiavo della materia e dei
problemi pratici quotidiani della vita. Quel qualcosa che avevo in più e che
ancor oggi sento di possedere, è la grande voglia di sognare che invade la
realtà e la fa scoppiare da tutte le parti. Ma soprattutto la volontà e il
desiderio di credere ai miei sogni. Soltanto io, infatti, potevo credere alla
storia che vi sto raccontando. Ma sono sicuro che esistono ancora su questa
terra, esseri simili a me. E chi sono? Sono loro: gli artisti, gli ubriachi, i
bambini,gli acrobati, i saltimbanchi, i protagonisti delle fiabe principesse ed
animali parlanti, tutti angeli incompresi caduti su questa terra per sbaglio o
per fortuna, capaci di cogliere il vero senso della vita, l’essenza dell’anima.
È l’umanità a colori, la vita che ridiventa sogno, l’uomo che dà la mano a Dio,
è la luce che non si spegne più.
VERSO IL CONVENTINO
Non so
per quanto camminai avendo perso completamente la cognizione del tempo né dove
arrivai non avendo neanche quella dello spazio, era come se fossi in zona zero,
in terra di nessuno. La mia attenzione però divenne improvvisamente vigile non
appena mi trovai a percorrere una strada totalmente diversa da quelle che avevo
attraversato in precedenza. L’asfalto, infatti, cessò di colpo e la strada si
restrinse notevolmente sino a divenire una stradina dal fondo di roccia e fatta
di sassi ma continuava ad essere percorribile lo stesso, capace di far entrare
sì e no 4 o 5 persone disposte a fianco l’una dell’altra. Contemporaneamente
anche le tombe apparivano del tutto diverse, tutte di un altro stile. Le
fotografie diventano via via volti e statue intere di marmo. Erano autentici
capolavori di scultura raffiguranti gente lontanissima dai giorni attuali,
chiaramente di un’altra epoca, di inequivocabile fisionomia ottocentesca. Anche
l’atmosfera che si respirava era totalmente nuova, anche se paradossalmente
antica, inevitabilmente trasformata da ciò che oggettivamente si vedeva. Era
come se di colpo il tempo avesse deciso di fermarsi e tornare indietro di oltre
cento anni. Non vi era più nulla ormai del tempo attuale, tutto parlava del
passato, dell’Ottocento.
Io non
avvertivo più niente intorno a me né il vento né la pioggia né il freddo.
Vivevo immerso in una condizione più spirituale che fisica, magica più che mai,
completamente estraniato, corpo ed anima, dal mondo reale, ormai del tutto
rapito da quello circostante. Mi trovavo in un luogo sconosciuto, quasi mistico, che sembrava creato per i poeti e per la
contemplazione. Il mondo moderno, quello che era stato fino a poco tempo fa il
mio mondo, era ormai lontanissimo, sparito del tutto ed io non lo percepivo e
ricordavo più. L’effetto che quel luogo aveva su di me, valeva assai di più di
quella che era stata la mia vita di sempre, ormai lunghe distanze mi separavano
da essa. Sognavo ad occhi aperti mille avventure, mi arrivava l’eco di mille
sirene, ero l’eroe di mille favole. Il cuore non mi chiedeva di tornare alla
mia base ma mi esortava a restare lì.
Ero ormai
altissimo, quasi in cima, nella parte più alta ed antica del cimitero di
Messina. La salita era quasi terminata. Ai lati della stradina, altissime,
maestose e sublimi per bellezza e suggestione, si protendevan fiere le tombe
dell’Ottocento. Erano statue di uomini, donne, vecchi, bambini. Tombe del mio
tempo, ormai non ve ne erano più. Ero completamente circondato da antiche
lapidi. La prima immagine che rapisce la vista di chi si trova a salire lassù,
è quella della statua di un bambino di quell’epoca, di circa otto anni, seduto
su una roccia, vestito come un piccolo marinaretto che par ti guardi e ti dica:
“Salve, benvenuti nel regno dell’Ottocento”. Fa quasi da prologo ad una serie
infinita di monumenti, uno più bello dell’altro, che da quel punto in poi,
inondano quella zona del cimitero, in ogni direzione e da qualunque parte.
Immagini di uomini nobili e donne vestite all’antica si vedono ovunque.
Colpiscono
i loro baffi folti e pittoreschi, la loro strana pettinatura, l’abbigliamento
così diverso da quello del mio tempo. Tutto riportava ad un’altra epoca. Le
sensazioni che provavo erano a dir poco indescrivibili, mi sentivo proiettato
indietro nel tempo pur avendo la mentalità moderna. Di statua in statua, di
emozione in emozione, arrivai in un punto in cui, finalmente, la salita era
finita. La salita ma non certamente il viaggio.
Dovevo
ancora conoscere l’entità più importante e misteriosa, colei che mi aveva
trascinato in quel posto contro la mia volontà, forse avevo visto fin ora solo
una minima parte di quanto avrei dovuto vedere o addirittura non avevo veduto
ancora nulla. La salita finiva proprio davanti all’entrata di una chiesa
bellissima e altissima, tutta stile ottocentesco che io prima di allora non
avevo mai vista pur trovandosi nella mia città. Non mi rimase altro che restare
a bocca aperta e quasi senza fiato la contemplai. Ero arrivato ormai dove sarei
dovuto arrivare. Mi trovavo in quella parte altissima del Cimitero di Messina
che oggi si chiama “Cimitero degli Inglesi” ma che in quel periodo si chiamava
semplicemente “Conventino” dove erano e sono tuttora sepolti, i nobili
messinesi vissuti nel secolo dell’Ottocento. E' un luogo calmo, silenzioso che ispira timore ma contemporaneamente pace
e meditazione: c'è d'averne paura ma lo si va a cercare.
STORIA DELLA PARTE PIÙ
ALTA ED ANTICA DEL CIMITERO DI MESSINA
Nella seconda metà del secolo
dell’Ottocento, numerose epidemie contagiosissime, infestavano la città di
Messina come tutto il meridione. Tisi, colera, germi di tutti i tipi erano a
quel tempo tutte malattie incurabili. Il contagio si diffondeva
vertiginosamente, specie nei bambini la mortalità era elevatissima. Il tasso di
vita era spaventosamente basso, infatti oscillava tra i 40 e i 45 anni di età.
A questo si aggiungano la
miseria, la guerra, le scarse condizioni igieniche. Quindi per giustificate
esigenze sanitarie, si sentiva il bisogno e subentrava anche la necessità di
appartare in luoghi, i più solitari possibili, gli infelici malati. Così gli
ospedali si riempirono ma non bastavano e si dovettero creare posti isolati,
tra i quali il Lazzaretto costruito nella zona del porto, là dove attualmente
vi è la Difesa, che raccoglieva tanti bambini colpiti soprattutto da tisi. Lo
spettacolo era pietoso. Grida, urla, pianti, sputi, dolori. Lì morì, colpita da
quella che a quel tempo era una terribile e incurabile malattia cioè la tisi,
la protagonista del mio romanzo. Il posto più isolato però fu costruito nella
parte più alta ed antica del cimitero, l’attuale Conventino. Lì venne fatta una
chiesetta stile ottocentesco, particolarmente alta. Venivano portati i malati
contagiosi come fosse un mini ospedale. Il posto era alto e difficilmente
accessibile, quindi dava una discreta garanzia contro il contagio. Ma i morti
crescevano e quelli che erano ancora vivi, a contatto con essi, decedevano
anche.
Così quella chiesetta si
trasformò da sfortunato ricovero, in luogo dove venivano sepolti i morenti. Poi
col tempo e col cessare delle epidemie, il posto fu abbellito grazie
all’impegno e alla bravura di alcuni scultori messinesi e in particolare di
Antonio Saccà che costruì numerose tombe fra le quali anche quella della
protagonista del romanzo, dando così al luogo un aspetto profondamente artistico.
Vi erano sepolti i nobili messinesi per lasciare ai posteri un glorioso ricordo
delle loro memorabili gesta contro l’oppressione borbonica. Difficilmente, anzi
direi assolutamente, è possibile trovare sepolta gente comune essendo troppo
oneroso poter pagare lapidi davvero imponenti.
Nonostante la terribile
catastrofe del 1908, il cosiddetto Conventino resistette, poi il resto del
cimitero si dovette rifare. Quindi oggi il Conventino si presenta come la parte
più antica del cimitero, la più alta e bella che il tempo non è riuscito a
falciare con la sua potentissima forza distruttiva ed è per noi messinesi,
fonte di orgoglio e di tradizioni veramente superbe e meritevoli, oltre che un
saggio di arte e scultura non indifferenti come vanto per la città. Infatti è
bene ricordare che il Cimitero di Messina risulta essere il secondo d’Italia
per grandezza e trova posto tra i più belli in assoluto, non solo in Italia. Ed
è proprio da quella parte, cioè dal Conventino, che nacque il Cimitero di
Messina. E il Conventino oggi vive imperterrito ma totalmente nell’abbandono e
senza anima viva.
È un luogo altissimo, calmo,
silenzioso che ispira timore ma contemporaneamente pace e meditazione. C’è
d’averne paura ma lo si va a cercare. Molti sono i nomi illustri che vi sono
sepolti ma, per ragioni di tempo, mi limito a non enunciarli per motivi di non
particolarità, essendo tutti degni d'essere menzionati.
.
DINANZI E DIETRO LA
CHIESA
Dinanzi
la chiesa l’atmosfera è magica, celestiale, mistica, rapisce e trasporta. È
difficile descrivere così tanta bellezza. Ma è mio dovere provare almeno a
farlo. Proprio all’entrata, la prima impressione che si ha, è quella di essere
aspettati da tempo con un’attesa quasi bramosa. Sembra esserci una festa pronta
ad esplodere quando vi si entra dentro. La chiesa è stupenda, pittoresca,
neanch’io so spiegarmi come abbia fatto a resistere al forte terremoto del 1908
pur essendo così alta, un sisma devastante che ha raso al suolo l’intera città
dello stretto. Tutta in stile ottocentesco, la chiesa ha una porta color rosso
porpora, poi s’erge maestosa ed invincibile con due colonne laterali
imbattibili che sembrano sfiorare il cielo. Al centro, la chiesa sale sempre
più su progressivamente, restringendosi via via che s’avvicina alla cima. A
circa metà della sua altezza, vi è una finestra senza più vetri e un balcone
arrugginito sempre attorniati da colombi ed altri uccelli melodici.
Il vento
apre e chiude dolcemente la finestra, il sole riflette su di essa e agli occhi
di qualunque osservatore, sembra di vedere affacciata una dolce ragazza
ottocentesca vestita di bianco che guarda, saluta, ride, scompare e riappare e
poi scende giù di corsa per le scale, apre la porta della chiesa e gli corre
incontro con i capelli al vento.
Dietro la
chiesa si avverte un fascino tutto particolare e suggestivo. Vista di spalle
sembra quasi magica, finta, appartenere a un mondo irreale, fiabesco ed è
ancora più bella. S’affaccian piccole finestrelle come tanti oblò che a un
certo punto spariscono, finché s’erge una cupola che inizia grossa e s’invola
fine, fino a confondersi con l’azzurro del cielo.
ALL’INTERNO DELLA
CHIESA
Ed io mi
trovavo lì per la prima volta davanti alla chiesa e stavo per varcare la
soglia.
Quella
porta color rosso porpora sempre chiusa, l’unico giorno che desideravo
ardentemente entrarvi, stranamente la trovai socchiusa in atto di chi invita a
farlo. Cautamente, portando avanti il piede sinistro, poi il destro, tastando
con la mano, aiutandomi con un pezzo di legno trovato lì per difendermi da
possibili spiacevoli incontri, un po’ come quel cieco che cammina aiutandosi
col tatto sconoscendo ciò a cui va incontro, io pian piano, in questo modo
entrai. La prima vista varcando la soglia, fu quella di una stanza polverosa,
vuota, abbandonata da tanti anni ormai. Il silenzio veniva interrotto a squarci
da strani rumori che ora vi entravano, ora vi uscivano dalla finestra, perché
quella stanza aveva una finestra sbarrata, arrugginita che sporgeva dietro la
chiesa verso altre tombe. Ai lati del tetto v’erano appesi due quadri che
portavano foto raffiguranti due Madonne quasi sbiadite. I due quadri erano
piccoli e le due Madonne però erano diverse l’una dall’altra. Una aveva
l’espressione triste, compianta, l’altra sembrava un po’ più rassegnata certa
di trovare ristoro nella carità cristiana, nell’aiuto di Dio. Nel guardare quei
quadretti che spiccavano in mezzo al muro bianco, in parte smangiato, mi
vennero in mente tutti coloro che dovevano essere ricoverati lassù in tempi
passati, confortati dall’aiuto della Madonna ed io immaginavo i dolori, i
pianti, le preghiere, le invocazioni che ora tornavano come un’eco nella stanza
che sembrava pacata, addormentata, serena, straordinariamente elevata al cielo.
In cima al tetto, v’era appeso un lampadario a forma di cerchio che teneva
strette delle lampadine spente, alcune delle quali consumate dal tempo, come
quelle candele che vengon meno affievolendosi dinanzi all’altare. Da quella
stanza, vi si entrava in un’altra tramite un’apertura uguale alla prima però
senza più porta. Entrando, per terra, vi erano pezzi, schegge di legno penso
della porta stessa. In quell’altra stanza di dimensioni e di atmosfera simili
alla prima, io vedevo la cosa più bella: un crocifisso intatto, vivente, a
grandezza d’uomo, con uno sguardo fisso che sembrava dire: “Venite a me voi
tutti che siete afflitti ed io vi consolerò”, e chissà quanti moribondi del
passato così han fatto. Intorno alla stanza, v’erano delle sedie, almeno una
ventina, alcune delle quali rotte. Penso servissero per ascoltare la messa, lo
capivo infatti osservando un vecchio incensiere abbandonato per terra come un
barbone addormentato, e lì vicino, boccette di vetro, calici e roba simile che
riconducevano facilmente alla comunione e all’estrema unzione, sacramenti che
accompagnavano e insieme infondevano speranza in quel luogo di sofferenza e
disperazione. Sopra quel crocifisso carismatico che io continuavo ad ammirare
del tutto rapito, v’era una chiesetta in miniatura uguale a quella dove io mi
trovavo. Credo che sia stata posta sopra l’immagine del Cristo, per
simboleggiare l’elevazione divina dei perseguitati dalle malattie verso Dio
stesso, tramite suo figlio Gesù. La terza ed ultima stanza nel bassopiano della
chiesa, era anch’essa come le altre, anch’essa conteneva delle sedie, una
decina circa, sparse sparpagliatamente. Per terra, v’era un escremento umano
che mi fece intuire che qualcuno prima di me, doveva essere salito fin lassù,
mi domandavo chi, visto che la porta la trovavo sempre chiusa.
Nell’angolo
più nascosto della stanza, come un cane orfano del padrone singhiozza e
s’accovaccia per terra, silenziosamente, così v’era posto un organo con una
tastiera unica e scordata, da tempo mai più suonato.
Io,
d’istinto, mi avvicinai e provai a schiacciare quei tasti polverosi e molli ma
non vi usciva suono, solo silenzio, eppure io avvertivo, nel tastare
quell’organo, una celestiale melodia che sembrava trascinarmi in paradiso.
E pensavo
che tutti coloro ch’eran morti lì, e furono davvero tantissimi, ora dovevano
essere felici per l’eternità. E così la mia pietosa compassione divenne
certezza, come il chiarore d’una luce lontana che si scorge alla fine di un
tunnel, in mezzo a tanto buio. Non so dirvi cari lettori, se quelle strane
sensazioni che avvertivo lì dentro, erano dovute a fenomeni paranormali o a
suggestioni naturali, certo è che sia l’una, sia l’altra ipotesi eran
perfettamente valide visto la misteriosità di quel posto.
Poi, di
colpo, restai senza fiato ed immobile e cominciai subito dopo con passi certi e
misurati, a dirigermi verso un sottoscala dove saliva una scala pericolante a
chiocciola. Lentamente provai a salire cercando di arrivare in quella finestra
misteriosa per affacciarmi anch’io da dove sembrava ci fosse il fantasma d’una
dolce ragazza vestita di bianco con i capelli al vento, ma più salivo e più mi
accorgevo che il rischio aumentava. La scala infatti cominciava a cigolare, era
fatta di uno strano tipo di legno.
Io, ormai
del tutto rapito da quell’incantesimo, ero lì deciso a salire sino in cima come
se quella scala simboleggiasse il mistero ma, ad un certo punto, la vidi
spezzata, non ho mai saputo il perché né se poi più su sarebbe ritornata sana,
ma l’impressione che ebbi in quel momento, fu quella che qualcuno o qualcosa
inspiegabile, non volesse farmi arrivare nemmeno ad un quarto dell’altezza di
quella chiesa. Così, deluso, ritornai indietro, chiusi la porta, e ormai
coraggioso e forte, mi avviai al di fuori per scoprire fra le antiche tombe,
quella che ormai sembrava fortemente vicina, sembrava fortemente chiamarmi.
TRA LE ANTICHE TOMBE
Non
appena uscii dalla chiesa, mi trovai perso tra le tombe antiche dell’Ottocento,
ma nello stesso tempo ero felice perché sentivo che quell’entità che mi stava
chiamando, era vicina anche se molto probabilmente perduta fra tutte quelle che
mi circondavano. Mi trovavo in un vialetto, una specie di villa tutta stile
ottocentesco. Al centro, come una passerella, vi era una strada lunga e stretta
che finiva proprio davanti alla porta della chiesa. Ai lati di questa specie di
passerella, tra l’erba altissima, si protendean fiere le tombe dell’Ottocento.
Erano
tantissime, una accanto all’altra, una più insigne dell’altra. Da lontano mille
statue, mille volti, sembravano uno solo che mi guardasse, che mi spiasse, sì
mi spiasse, perché l’impressione che chiunque salisse lassù proverebbe, sarebbe
quella di essere attentamente spiato, osservato con un occhio meticoloso e
scrupoloso, come se tanta gente sconosciuta ed invisibile, vivesse con lui e
intorno a lui, in altre dimensioni. Tutto ciò a me non suscitava paura. Io mi
sentivo come uno straniero che dopo un lungo e faticosissimo viaggio, scampato
fortunatamente ad un grave pericolo, superstite e sopravvissuto insieme, si trovasse
involontariamente in un luogo prima d’allora sconosciuto, in mezzo a gente
strana ma ospitale e cordiale che gli fa tanta festa, proprio perché mai
nessuno da tempo veniva a trovarli. Così, con questa impressione, sentendomi
ben accetto e perfettamente a mio agio, io camminavo scrutando le tombe una per
una, leggendo e rivivendo la storia gloriosa d’ognuno di loro, osservando i
loro volti, le loro espressioni, i loro baffi lunghissimi, i loro vestiti così
strani per i giorni nostri, ma così nobili, così perfettamente intonati. Vi
erano anche i bambini di quel secolo, vestiti come tanti marinaretti, in
particolare mi colpì uno di loro di circa nove anni che io volli chiamare col
nome di Beniamino. Cari lettori, non posso descrivervi come vorrei, una per una,
quelle numerosissime tombe, sarebbero davvero troppe e non sarebbe giusto
nominarne alcune e altre no, quindi essendo tutte interessanti, mi limito a
dirvi che vorrei prestarvi per un attimo i miei occhi che le han viste già, per
farvi capire quanto in realtà erano belle e pittoresche.
Completamente
assorto in un mistico silenzio, ad un certo punto, sentii dentro di me, una
voce fortissima che mi chiamava da una direzione ben specifica e mi trovai,
inconsciamente sospinto, di fronte ad una strana tomba antica, anch’essa
dell’Ottocento. Restai ancora più silenzioso e assorto. Vedevo questa tomba.
Provavo a darle un’immagine, una sagoma, una figura visto che non v’era un
volto. Cercavo di immergermi nella sua lontana vita. Mi domandavo chi fosse,
perché mi stesse chiamando, che cosa volesse da me, dove si trovasse la sua
anima adesso, se mi vedesse, se mi sentisse, se fosse magari vicino a me. Come
il contrapposto del mare che in profondità è pieno di vita, di alghe che
nascono e muoiono, di pesci che mangiano altri pesci, di continue lotte per
sopravvivere, e in superficie appare immobile e tranquillo, così erano i miei
mille interrogativi che all’esterno non trasparivano perché io ero
apparentemente calmo. Quella pietra era per me come una dolce ninnananna che
cullava e portava a riposare tutti i miei incessanti pensieri. Il suo silenzio
profondissimo era la sola ed unica risposta. In quella tomba senza un volto,
v’era scritto semplicemente: “A Marietta Cianciolo, di Domenico Cianciolo e di
Enrichetta Stagno d’Alcontres” e poi sotto: “D’animo e di modi soavissima, ebbe
celestiali virtù, serena bellezza, e non compié 17 anni. O amore nostro, come
faremo infelici senza di te?”. Chi era questa strana ragazza protagonista del
racconto? Com'era la famiglia dalla quale proveniva?
NOTIZIE STORICO-BIOGRAFICHE SULLA FAMIGLIA CIANCIOLO
I Cianciolo vissero agli
inizi dell’Ottocento un po’ a Termini Imerese, un po’ a Santo Stefano di
Camastra, allo stato di nobili in decadenza, di origine nobiliare antichissima.
Nella metà dello stesso
secolo, le guerre e le continue epidemie che colpirono la Sicilia specie la
zona di Palermo, dovettero farli emigrare a Messina, più relativamente
tranquilla. In poco tempo i Cianciolo presero in mano la città a causa di
numerose cariche politiche che erano state a loro attribuite. Dalla conoscenza
di altre famiglie altolocate messinesi, crebbe in particolare l’amicizia che
poi si tramutò in parentela grazie a parecchi matrimoni, con la famiglia dei
Principi Stagno d’Alcontres che ancora oggi fa sentire la propria autorità
sulla città, sia pure in forma minore essendo ormai in via d’estinzione il
ceppo di famiglie nobili. Per ragioni di non esclusivo rapporto col racconto,
ricordo ancora una volta, di non voler dare accurate informazioni sui Principi
d’Alcontres, e di volermi invece soffermare sulla stirpe nobiliare, ormai
estinta, dei Cianciolo, prendendo ora in esame le caratteristiche nobiliari di
suddetta famiglia.
CARATTERISTICHE
NOBILIARI DEI CIANCIOLO
L’arma
cioè lo stendardo dei Cianciolo, era di colore azzurro, al braccio destro di
carnagione alias armato al naturale impugnante una mazza di nero circondata da
tre stelle d’argento.
Il nonno
di Marietta, barone Vincenzo Cianciolo, patrizio messinese, tenente colonnello
di fanteria, cavaliere mauriziano e della Corona d’Italia, decorato della
medaglia d’argento al valor militare, figlio del barone Giuseppe e del fu
barone Vincenzo e della prima moglie Girolama Aidone degli antichi Principi
d’Alcontres e della fu Lucrezia Giano.
Il fratello
di Marietta, Ernesto, assessore municipale, cavaliere della Corona d’Italia,
due volte sindaco di Messina.
Il padre
di Marietta, Domenico, già senatore di Messina, figlio del fu barone Vincenzo e
della seconda moglie Maria Balsamo dei Principi dei Castellacci, marito di
Enrichetta Stagno d’Alcontres dei Principi d’Alcontres.
Mentre la
famiglia Stagno d’Alcontres continua ad esercitare un certo potere anche oggi
sulla città, in forma minore, così non lo è per la famiglia Cianciolo che è
decaduta a livello di nobiltà. Infatti, dopo accurate ed approfondite indagini,
sono venuto a conoscenza che i pochi ceppi della famiglia suddetta esistenti
attualmente, non sono neppure a conoscenza della loro antica nobiltà, neanche
per sentito dire. Comunque oggi nella città di Messina, è rimasta solo una via
che richiama a questa gloriosa famiglia ed è stata intitolata a Vincenzo
Cianciolo, che era il nonno di Marietta, come precedentemente accennato.
DESCRIZIONE DELLA
TOMBA DI MARIETTA
Situata
proprio alle spalle della chiesa a una decina di metri circa, era visibile
anche da molto più lontano. Portava in alto un marmo di circa 3 metri,
rettangolare, firmato dallo scultore Antonio Saccà che era uno dei più illustri
scultori messinesi dell’Ottocento. In cima al marmo completamente bianco con
qualche disegno artistico dello stesso colore ma un po’ più ricalcato, vi era
un cerchio dove sicuramente doveva esservi stato il volto di Marietta che
stranamente, era sparito, forse solo da quella tomba, poiché i volti delle
altre statue erano ancora tutti al loro posto. La mancanza di esso, la deducevo
dai segni che erano ancora visibili all’interno di quella specie di cerchio
creato apposta per inserirvi il volto stesso. Alla base, la tomba era
completamente nuda senza l’ombra d’un fiore, come del resto ogni tomba di
lassù, era davvero troppo il tempo passato dalla sua morte. Circondata da erba
alta non curata e da trifogli, aveva intorno una catena arrugginita che
avvolgeva completamente la sua lapide e quella del padre che era sepolto,
accanto alla figlia, dentro la stessa catena. La tomba di lui però, anche se
uguale per struttura e dimensione a quella di Marietta, aveva il volto infisso
sul marmo. Era un uomo anziano, Domenico Cianciolo, un volto pallido, sereno,
occhi incavati ma dolcissimi che mostravano una bontà delicata, velata,
un’educazione composta, si vedeva dallo sguardo che era un nobile. La tomba più
vicina a quella di lui e della figlia, era posta alla immediata destra, un paio
di metri distante. Apparteneva ad una neonata vissuta appena 10 giorni dal 7 al
17 aprile del 1872. La bimba, dal nome non italiano, si chiamava Aline Wolf.
Era una tomba a forma di bara di dimensioni uguali alla piccolissima bambina
morta.
Il
coperchio era addirittura mezzo scoperto, e lì sopra mi sedetti io a
contemplare la pietra di Marietta, fra due tombe, una di una bambina di 10
giorni, l’altra di una ragazza di 16 anni che mi ricordarono ciò che io da
sempre sapevo, che la morte non ha età. Ad esser sincero, non è che la tomba di
Marietta avesse qualcosa, dal punto di vista estetico, di superiore rispetto
alle altre, anzi ve ne erano di molto più belle anche di ragazze della sua
stessa età, ma quella tomba era straordinariamente diversa da tutte le altre,
sembrava vivere, parlare, gridare, pareva avesse un disperato bisogno di
comunicare con me. Cominciarono così le mie illusioni sulla sua tomba mentre mi
addentravo sempre più in questa storia che ha veramente dell’insolito,
dell’incredibile.
ILLUSIONI SULLA TOMBA
DI LEI
E così,
quasi tutte le mattine, io salivo lì illudendomi di farle compagnia, di parlare
con lei e di essere ascoltato. Nonostante fossi arrivato all’ultimo anno delle
scuole superiori e quindi prossimo agli esami di maturità, avevo quasi smesso
di studiare. La mattina, anziché andare a scuola, mi recavo al cimitero. Il
pomeriggio, invece di studiare, frequentavo biblioteche e archivi storici per
avere notizie sulla vita passata di lei. Ero diventato proprio un folle o forse
lo ero anche prima, ma Marietta mi diede il famoso colpo di grazia. Ero perso,
irrecuperabile. Di questa storia non ne parlai mai con nessuno né con amici né
con i miei genitori. Volevo restasse un segreto ed ero consapevole che, anche
se l’avessi detto a qualcuno, nessuno mi avrebbe capito e creduto, nessuno
avrebbe potuto giustificare il mio comportamento. Ma ero felice così, non
volevo coinvolgere nessuno, solo io e lei e nessun altro. Non mi importava più
di nulla ormai né degli amici né della scuola, avevo trovato il mio vero motivo
per vivere. Non esisteva pioggia o temporale capace di fermarmi, io ero lassù,
ai piedi della sua pietra, col freddo e col caldo, col sole o con i fulmini. Le
portavo rose sempre fresche, le compravo nuovi portafiori, curavo la sua tomba
nei minimi particolari, guai se v’era un insetto fuori posto, io la rimettevo
subito come doveva essere. In poco tempo, nonostante fosse una tomba antica,
era diventata la più bella e curata dell’intero cimitero grazie a me. Vivevo
immerso in queste magiche illusioni senza che lei mi avesse dato, in quei
giorni, alcun segno di gradire le mie attenzioni. Io, nell’ingenuità della mia
giovane età, mi ero quasi convinto che ormai lei fosse la mia ragazza. Ma la
cosa più bella che ho fatto in quel periodo è stata quella di scriverle, proprio
come un innamorato, tre poesie:
A TE MARIETTA
(1855-1872)
A te Marietta!
che se sei stata la
gioia, l’amore di qualcuno.
A te Marietta!
che non ti ho vista
mai.
A te che t’immagino
come un fiore
che sboccia, fiorisce
e muore senza dolore:
chi potrà mai
piangere o lodare
la tua cruda e gelida
pietra
che forte ed
imperterrita
sembra sfidare la
collera del tempo?
A te Marietta!
che ti penso sempre
come una dolce
ragazza vestita di bianco
che con il bruno dei
tuoi capelli
formi un vistoso e
sublime color di primavera
a te che guardando la
tua tomba
mi s’incenerisce il
cuore.
A te Marietta!
che nessuno un volto
ti sa dare
e che con insistenza
la tua immagine m’immerge
nel lontano passato
della tua vita.
Non so chi tu sia
stata
né saprò mai il
motivo della morte che presto ti colpì
ma so con certezza
che questa è la tua pietra
e che in essa il tuo
corpo giace.
A te Marietta!
scrivo queste righe
per aggrapparmi
all’illusione di un lontano ricordo
che mai ci fu.
Dedicata
a colei che brevemente fu
e che
mai in vita conobbi
L’IMMAGINE
Un bagliore
improvviso
squarcia la mia mente
assente
e dall’ignoto
all’ignoto
ora fugge ora torna,
ora torna ora fugge.
Pallida e soave
di dolcezza inebriata
m’appar dinanzi
ancor e sempre.
Nitida sagoma,
a tratti t’avvicini
di colpo, opaca
t’allontani.
Le sciolte tue trecce
dal terreno mondo
sembran distaccarmi
trascinandomi in
sconosciute dimensioni
dove neanch’io so chi
ero, chi sarò.
Fulgidi gli occhi
tuoi
m’abbaglian forte
ed io ti sento in me
o sconosciuta
immagine
di profondo mistero
velata.
Non un volto, non una
realtà
solo negletti ed
esili fiori
ed un’antica tomba
assopita accanto
per trattenere forte
l’enigma della tua
sorte.
DESCRIZIONE D’UN
RITRATTO FUNEBRE
Da lassù, in uno
strano sogno, Marietta mi narrò del giorno in cui morì.
Quel suo lontano
ricordo del 28 settembre 1872.
“Ancor limpido era il
sole della mia giovinezza
anche se lì fuori con
pioggia e vento
battea la morte alla
mia porta
e con voce certa ma
affannata forte mi gridava:
«Vieni Marietta,
presto vieni».
Ricordo lontanamente
che in un primo momento
un brivido di paura
m’assalia fino a farmi tremar
ma poi aprendo
nuovamente gli occhi
il composto sguardo
di mio padre il mio coraggio mi ridiede
e mentre un prete mi
donava l’estrema unzione,
io sentivo di dover
andare fra le secrete cose.
Scendean dalle scale
le mie cugine
tristi apparentemente
ma contente e fredde nell’animo,
mi facean pena
vederle illudersi ancor
di quella lor vana
ricerca della terrena bellezza
che come un fiore dal
petalo si strappa
e appassendo muore.
Suonava l’organo un
bimbo mai in vita conosciuto
ma che allora sembraa
d’averlo visto da sempre
e in quella dolce
musica
stancamente mi si
chiudean gli occhi
mai rinnegando quella
serena bellezza
che sempre in vita
m’avea contraddistinta.
L’ultimo mio sguardo
nel pallore della morte
era rivolto verso mia
madre
che addolorata ma mai
rassegnata
l’ultimo bacio mi
donava.
Ed ora dopo che il
tempo tante orme ha cancellato
i miei pensieri son
tanti ieri che nell’ignoto fuggon lontano
ed il mio oggi così
come domani è armoniosa luce”.
E fu così
che dal sogno mi
destai
completamente
assente.
APPARIZIONE D’UNA
FIGURA SOGNANTE
I giorni
passavano in fretta, ne erano trascorsi una ventina circa dal giorno in cui
vidi per la prima volta la tomba di Marietta, ed eravamo quasi alla fine del
mese di gennaio. Io mi addentravo sempre più in questa insolita storia,
lasciandomi ormai del tutto rapire dalla forza dei miei sogni, della mia
fantasia, della mia immaginazione. Non riuscivo più a distinguere il limite
oltre il quale il sogno svanisce per far subentrare la realtà. Sogno e realtà
erano diventati per me un tutt’uno. Vivevo la mia illusione con gioia,
entusiasmo, voglia di avvicinarmi sempre di più finché, proprio verso la fine
di gennaio dell’anno 1984, quello che da sempre sognavo, stava per trasformarsi
in realtà e avvenne così quello che più ci penso e più mi accorgo che ha dello
straordinario, dell’incredibile. Finalmente ora, io potevo vedere Marietta.
Dolcemente
chinata, quasi curva su quella che era la sua tomba, di abiti ottocenteschi
vestita, illuminata da un raggio di luce come un tremulo brillio rapito così
fugacemente dall’infinita luce divina, la vidi mentre coglieva quei fiori che
io stesso le avevo portato sulla sua pietra. Li coglieva uno dopo l’altro fino
a formarne un mazzo, poi si slegò una treccia dal bruno dei suoi capelli, e
legò insieme quei fiori dai colori misti che profumavano di primavera. Io la
osservavo attentamente, meravigliato e confuso, ma senza aver paura, una figura
così sublime non poteva infondere timore ma solo tenerezza e profonda
commozione. L’unica cosa che riuscivo a connettere nella magia di quell’istante,
era che quella ragazza che stavo osservando, aveva un aspetto identico a come
io stesso l’avevo immaginata.
Poi lei
alzò il capo dolcemente, mi guardò e mi sorrise mostrandomi lo splendore d’un
volto angelico pallido e soave, contornato da un alone di mistica bellezza,
puntando i suoi occhi scuri penetranti, dritti e fissi sui miei, ed io, non
potendo pur volendolo spostare i miei occhi in nessun’altra direzione, sostenni
come ipnotizzato il suo sguardo.
E fu così
che in quella mattina di gennaio, nobile nel portamento e aggraziata nei gesti,
misteriosamente affascinante lei mi apparve.
Ha avuto
inizio così il primo dialogo con lei. Abbandono, ma solo per la parte relativa
ai dialoghi, la narrazione in prima persona, per darvi una lettura più oggettiva
dell’avvenimento.
IL PRIMO INCONTRO
Manuel: Ma tu chi sei?
Marietta: Io sono Marietta, la
ragazza che tu stai cercando.
Manuel: Ma non è
possibile, è assurdo, non può essere, io sto sognando, ho un’allucinazione. Tu sei
morta, non puoi essere viva.
Marietta: Sì Manuel, io sono
morta ma posso rinascere grazie ai tuoi sogni, alla tua fantasia, alla tua
immaginazione. Tu sei un ragazzo capace di trasformare in sogno e poesia la
realtà ed è per questo che io ho voluto premiarti.
Manuel: No, non può
essere, tu sei solo il frutto della mia immaginazione, la proiezione dei miei
sogni, non puoi essere quella ragazza morta nel 1872.
Marietta: Sì Manuel, sono
proprio io invece, la ragazza morta tanto tempo fa. Io ti conosco ormai, so chi
sei, ti seguo da sempre, sono molto più vicina di quanto tu possa pensare. Io
sono viva, viva, viva.
Manuel: Troppo forte! Ma
allora è meraviglioso. Ma tu ci pensi? Ti rendi conto? Tu eri morta per modo di
dire ed io sono ancora vivo ma nonostante questo io ti vedo, ti parlo, ti sento
come se il tempo non fosse mai passato. Mio Dio, è troppo bello! è
meraviglioso.
Marietta: Sì Manuel, e questo
è avvenuto grazie alla forza creativa dei tuoi sogni.
COME LA VEDEVO
La sua
voce era dolce e comune a quella di tante altre ragazze della mia città. Aveva
infatti quel tipico accento messinese che si percepisce subito, specie per chi
viene da fuori, pur parlando in perfetto italiano. Quella sua voce fina,
contrastava un po’ con quel suo aspetto angelico, non perché non fosse
gradevole all’orecchio, ma perché non possedeva quell’alone di mistero che era
invece riscontrabile nella sua figura. La voce insomma sembrava più reale e
umana del suo aspetto. Man mano che mi parlava e le nostre conversazioni
diventavano più intime, anche la sua immagine si faceva via via sempre più
normale, fino ad abbandonare del tutto quel non so che di inquietante e
misterioso che aveva in lei quando mi apparve per la prima volta. Ad un certo
punto, la sua fisionomia divenne talmente reale da sembrare assolutamente
umana, tanto da poter essere scambiata tranquillamente per qualunque altra
ragazza. L’unico indizio che mi riconducesse alla sua vera natura, mi era
fornito dal suo abbigliamento che era del tutto ottocentesco e quindi la
rendeva inevitabilmente diversa. Tutto questo però non sottraeva nulla al suo
fascino ma la faceva apparire straordinariamente viva e reale, appartenente
appieno alla mia dimensione, facendomi sentire perfettamente a mio agio con
lei. Indossava un lungo vestito bianco che le donava molto e che le arrivava
fin quasi ai piedi, con dei ricami fantasiosi dello stesso colore ma che si
notavano perché d’un bianco più intenso. Era un vestito leggero e primaverile
anche se a maniche lunghe in forte contrasto col periodo invernale di allora.
Mi appariva vestita sempre allo stesso modo. Le scarpe erano nere, senza
tacchi, anch’esse primaverili ma mi sembravano uguali a quelle usate ai giorni
nostri.
Sicuramente
dovevano essere per forza ottocentesche ma io, forse perché da sempre ignorante
in fatto di moda, non lo capivo. A me davano quasi l’impressione di essere le
scarpe di Cenerentola ed io mi sentivo il famoso principe azzurro. Il suo
fisico era snello, non grasso e non magro, perfettamente giusto, adatto a
indossare qualsiasi tipo di vestito. Le sue forme delicate non apparivano
troppo evidenziate né particolarmente seducenti. Era alta quasi quanto me, 1,70
circa. La sua carnagione chiara era più da ragazza nordica che da siciliana ma
serviva a farle aumentare il fascino perché spiccava col bruno dei suoi capelli
e col nero degli occhi, quegli occhi sempre puntati sui miei quando mi parlava,
quasi non riuscisse mai a distrarsi tanto da procurarmi un certo imbarazzo, una
sottile pudica timidezza.
Il suo
volto aveva perso quel pallore angelico, diventando d’un colore normale,
persino solare. Le sue ciglia, il suo naso, i denti, la bocca, tutto di lei mi
appariva perfetto senza nessun difetto. Era il suo un viso acqua e sapone,
senza trucco, dai lineamenti delicati, che dimostrava esattamente la sua età,
quasi 17 anni. Era sicuramente carina, direi bella ma non bellissima, non era
dotata di un fascino eccelso. Mi sembrava umana, terribilmente umana.
Non
faceva smorfie di nessun tipo né cambiava spesso d’umore ma aveva un bel
carattere, sempre allegro, disponibile al dialogo, socievole. Dolce nei gesti,
aveva però un qualcosa di alterato nel portamento, involontario, forse perché
era nobile. I suoi capelli erano bellissimi, lunghi ma non troppo, ondulati, le
arrivavano fino alle spalle. Erano bruni, del colore che a me piaceva di più in
una ragazza, si era completamente tolta le trecce. Era, in conclusione, una
ragazza normalissima, tranne un piccolissimo e irrilevante particolare, era morta
più di cento anni fa.
Da questo
momento in poi, il racconto assume le vesti del dialogo che io ho voluto
chiamare “Dialogo della semplicità”, per mettere in evidenza come nella
semplicità, e quindi nella purezza incontaminata dei sogni, si possono vivere
esperienze ed emozioni trascinanti, uniche, di altre dimensioni.
DIALOGO DELLA
SEMPLICITA'
Marietta: Grazie Manuel per
essere venuto a trovarmi.
Manuel: Figurati, lo
faccio con piacere. Parliamo un po’ di te, vuoi?
Marietta: Certo.
Manuel: Come passavi il
tuo tempo libero?
Marietta: La mattina uscivo
con mia madre oppure con mia cugina o qualche amica, questo quando non c’era la
scuola, specie nelle vacanze.
Manuel: Ma tu eri brava a
scuola?
Marietta: Moltissimo, ero la
prima della classe. Pensa che quando sono morta, i miei compagni, le mie
compagne, i miei professori erano tutti al mio funerale. Molti di loro
piangevano. Alla fine mi hanno fatto un applauso lunghissimo.
Manuel: Fino a che classe
sei arrivata?
Marietta: Fino quasi alla fine
cioè alla terza media. Ai miei tempi chi aveva la licenza media era come un
laureato dei tempi tuoi. Io perché ero nobile ero istruita, ma quasi tutti gli
altri ragazzi lavoravano o facevano solo la scuola elementare.
Manuel: Con tuo padre
andavi in giro a fare passeggiate?
Marietta: Sì, ma poche volte,
era sempre impegnato con la politica, era senatore. Ricordo che mi portava al
teatro. Sai, era un padre affettuosissimo e premuroso, nel senso che la
politica restava fuori dalla famiglia. Ogni Natale mi portava i regali più
belli. Avevo un albero favoloso, ricco di colori e sorprese.
Manuel: E che volevi di
più dalla vita?
Marietta: Tutto ancora, ma mi
è stata tolta e forse è stato meglio così. Non rimpiango proprio nulla di ciò
che avevo sulla terra. Dio mi ha fatto dei doni molto più belli ed eterni. Le
sue idee non sono quelle degli uomini.
Manuel: Ma tu eri felice,
orgogliosa di essere figlia di nobili o preferivi essere nata normale o magari
povera?
Marietta: Per me era
indifferente. Sono sempre stata modesta. Non ho mai avuto arie. Poi, del resto,
non sarebbe stato merito mio, così come sono nata nobile, potevo benissimo
nascere povera. Sono nata nobile ma non sono morta lo stesso? La ricchezza
terrena non vale niente, è quella dell’anima che conta.
Manuel: Eravate ricchi?
Marietta: Assolutamente no! Ma
che cosa ti sei messo in testa, che avevamo castelli giganteschi come quelli
delle favole? Ai miei tempi c’erano un’infinità di problemi, tante malattie
incurabili, addirittura il Regno d’Italia era stato proclamato da poco, c’erano
tante rivalità tra gli uomini, tanti contrasti.
Manuel: Vedo che sei
molto preparata in storia!
Marietta: Ma no, certe cose si
sapevano per sentito dire. Noi abitavamo in una casa un po’ più grande delle
altre a livello terra. Sai dove? In centro, al Corso Cavour, allora si chiamava
così e non so se esiste ancora, le strade erano molto diverse da quelle di
oggi. Io ricordo che avevo una stanzetta che sporgeva su un mercato e c’era
sempre tanto traffico, tanta confusione con tutta la gente che andava a
comprare. In realtà non c’era molta scelta nel mangiare, c’era frutta, pesce,
uova, poca carne ma comunque era tutta roba genuina. C’era miseria in quel
periodo.
Manuel: Come fai a dirmi
che non eravate ricchi? Non ci credo.
Marietta: Ricchi per modo di
dire, avevamo più dei poveri, proprietà terriere soprattutto, te l’ho già
detto, c’era povertà, non poteva parlarsi di vera e propria ricchezza. E poi io
ero piccola per interessarmi a queste cose. I soldi, la politica per me era
come se non esistessero. Vivevo semplice con celestiale virtù e serena
bellezza, proprio come ha fatto scrivere mio padre sulla mia tomba. A proposito
di mio padre, sai, ha sofferto molto quando sono morta! Ero l’unica sua figlia,
era particolarmente attaccato a me, mi voleva bene. Avevo anche un fratello,
Ernesto, era un anno più piccolo di me. Pensa che è stato per due volte sindaco
di Messina. Lui è morto a 49 anni nel 1905. Vedi questo signore sepolto al mio
fianco? È mio padre, è morto 12 anni dopo di me, come vedi la morte non ha età.
Guardalo bene, trovi che mi somiglia? Dicevano tutti che mi somigliava
moltissimo. Lui il volto ce l’ha ancora sulla tomba, il mio si è rotto col
terremoto del 1908. Ma cosa importa? Tanto tu mi vedi lo stesso.
Manuel: E tua madre? Tua
madre dov’è sepolta? Come mai non è qui con te?
Marietta: Lei è sempre vicino
a me. Qui al cimitero non so dove sia sepolta. Forse perché appartiene alla
famiglia Stagno d’Alcontres sarà in qualche altro posto. Sai, c’è pure una mia
cugina morta a 14 anni sepolta dove ci sono i bambini del mio secolo, il suo
cognome era proprio Stagno d’Alcontres.
Manuel: Io ho fatto delle
ricerche su di te e ho notato che nello schedario della tua famiglia risultano
proprio tutti, tranne te. Come mai?
Marietta: Non lo so, è strano.
Forse perché ho vissuto talmente poco e non sono stata né sposata e né in
politica.
Manuel: Ai tuoi tempi si
sposavano presto?
Marietta: Sì, almeno il più
delle volte. C’erano molti matrimoni che venivano stabiliti dai genitori.
Comunque mio padre e mia madre si amavano veramente.
Manuel: Che facevi nel
tuo tempo libero?
Marietta: Un po’ di tutto.
Disegnavo, mi piaceva molto. Dipingevo il sole, il mare, la natura, paesaggi.
Mi piaceva andare a cavalcare, avevamo un cavallo piccolino, si chiamava Puffy.
Leggevo libri d’avventura, libri d’amore, scrivevo poesie. A proposito. Ho
letto quella poesia che mi hai dedicato. È bellissima, mi ha colpita fino a
farmi scappare le lacrime. È insolita, irreale, strana proprio come noi due che
siamo qui a parlare da tanto tempo. Per noi è tutto così naturale, per gli
altri magari è solo follia, fantasia. Eppure noi due siamo reali. Perché non
provi a scrivere un libro sulla storia di noi due?
Manuel: Mi prenderebbero
per pazzo, non lo leggerebbero neanche. Ma tu eri romantica? Ti piaceva la
musica?
Marietta: Sì, Manuel, ero
romanticissima come te e amavo la musica che era molto diversa da quella
rumorosa di oggi. Mi ha fatto piacere che tu ti sia comprato un disco con la
musica dell’Ottocento, così ti ricordi di me. Ma sei ancora convinto di volerti
fare una tomba vicino alla mia?
Manuel: Certo che lo
sono, vorrei essere sepolto vicino a te, quando sarà.
Marietta: Ma tu sei
completamente pazzo, ma come puoi pensare una assurdità simile?
Manuel: Perché? Mi è
sempre piaciuta questa zona del cimitero, queste tombe antiche. Ma sicuramente
non me lo permetterebbero. Qui possono starci solo le tombe del tuo secolo.
Marietta: E meno male, così
almeno cancelli dalla tua mente una idea simile. Ascolta Manuel, anch’io amavo
come te la vita terrena, ogni cosa, un fiore, un insetto, un bimbo, una stella,
una coccinella. Chi meglio di me ti può capire? Perché ero uguale a te. So che
tu ti domandi perché quel bambino ingenuo, tanto bellino, che poi cresce man
mano, che tu vedi nelle tue fotografie, debba invecchiare e magari in punto di
morte anche soffrire come ho sofferto io. Ma sappi Manuel, che se Dio toglie
qualcosa, lo fa solo per dare di più, molto di più. Ti darà doni molto più
belli, più grandi, più certi, eterni. Devi credere e avere fiducia in lui.
Dinanzi a Dio si è sempre giovani, molto più della giovinezza terrena. Sulla
terra prima o poi tutto sbiadisce. In cielo tutto rimane per sempre puro,
intatto, incontaminato. Non ha nessuna importanza se metterai la tua tomba
vicino alla mia, perché sono solo pietre e null’altro. Noi saremo vicini lo
stesso nei giardini dei cieli, se solo tu lo vorrai, dipende solo da te. Sarò
io stessa in punto di morte a prenderti dolcemente per mano e a farti contemplare
la bellezza di ciò che è Dio e anche tu, così come ho fatto io, piangerai di
gioia. Tutto sarà chiarezza, consapevolezza nell'analizzare con occhi di verità
il proprio operare terreno.
Manuel: Mi sto
commuovendo, mi stanno quasi scappando le lacrime, sei più poetica di me. Posso
prendere la tua mano?
Marietta: Certo che puoi.
Manuel: Allora tendi la
tua mano verso la mia ed io farò la stessa cosa. Così arriverò a intersecare le
mie dita con le tue dita in modo che possa stringerti forte la mano e sentirti più
vicina.
Marietta: Va bene Manuel, ma
non puoi sentire la mia struttura fisica perché i sogni non hanno corpo,
stringeresti l’aria.
Manuel: Non m’importa.
Afferra la mia mano adesso con la tua, le tue dita nelle mie, e stringiamo
forte insieme.
Marietta: Ora che le nostre
dita si stringono cosa stai provando Manuel?
Manuel: Forte, Marietta,
troppo forte! Sto stringendo l’aria, non te, tu sei trasparente, sei un
fantasma allora.
Marietta: Te l’avevo detto che
non puoi sentirmi fisicamente.
Manuel: È emozionante lo
stesso. È come un leggero brivido, una piccolissima scossa elettrica che non mi
procura nessun fastidio, nessun dolore. E tu cosa provi?
Marietta: Le stesse cose che
stai provando tu.
Manuel: Posso baciarti
sulle labbra?
Marietta: Sì, se vuoi.
Manuel: Troppo forte,
fantastico!
Marietta: Cosa hai sentito?
Manuel: Una strana
sensazione. Come se sulle mie labbra, fosse caduta una gocciolina d’acqua
fredda. Marietta dimmi la verità, mi trovi carino come ragazzo?
Marietta: Certo che lo sei.
Manuel: Se tu fossi viva
e appartenessi al mondo reale, ti innamoreresti di me?
Marietta: Credo di sì.
Manuel: E mi sposeresti?
Marietta: Credo di sì.
Manuel: E vorresti figli
da me?
Marietta: Non lo so, non ci ho
mai pensato. Ma tu hai la ragazza?
Manuel: No!
Marietta: Perché?
Manuel: Non lo so, forse
perché cerco una ragazza all’antica come te e non l’ho mai potuta trovare.
Forse non esiste neanche. Senti, se portassi mia madre, mio padre, un amico
qui, ti potrebbero vedere?
Marietta: No, solo tu puoi
vedermi.
Manuel: E se provassi a
raccontare a qualcuno l’esperienza che sto vivendo?
Marietta: Non verresti
creduto, forse penserebbero che sei pazzo, un visionario.
Manuel: Cos’è la morte?
Marietta: Esiste solo quella
fisica.
Manuel: Ma cos’è? Perché
si muore?
Marietta: È come la nascita,
solo che è al contrario. L’anima non muore mai, si trasforma soltanto cambiando
dimensione ma noi restiamo sempre gli stessi, liberi ciascuno nella propria
individualità in una dimensione di immortalità e benessere nell’amore eterno.
Manuel: Ma tu quanti anni
hai ora?
Marietta: Potrei averne 16
come potrei averne 1000. Non esiste il tempo nel mondo dello spirito. Non ho
un’età. Sono viva più dei vivi.
Manuel: Chi è Dio? Com’è?
Marietta: È infinita luce, è
infinito amore. Devi adorarlo mettendolo al primo posto nella tua vita e aiuta
il tuo prossimo dando forza e coraggio a chi non ce la fa.
Manuel: Ma chi l’ha
creato?
Marietta: Quando si ama
veramente qualcuno, non ci si chiede mai il perché e da dove nasca l’amore, si
ama e basta. Troverai la risposta leggendo la Bibbia e dentro la Chiesa, nel
tuo cuore la verità.
Manuel: E il diavolo
esiste o è solo un’invenzione per metterci paura?
Marietta: Non è un mostro con
le corna. È l’opposto di Dio, il contrario del bene. Con astuzia sfrutta il tuo
punto debole e ti domina se credi che non esista, presentandoti il male come
bene. Non può nulla contro la volontà del tuo cuore.
Manuel: Potrei parlare
con mia nonna che è morta quando io ero ancora piccolo?
Marietta: Tua nonna non è mai
morta e ha lo stesso desiderio di parlare con te anche perché sa molte cose più
di te.
Manuel: Ma allora perché
non possiamo parlarci?
Marietta: Per lo stesso motivo
per il quale un pesce non può stare fuori dell’acqua e un uomo non può vivere sott’acqua.
Manuel: Ma perché dovrei
credere a ciò che non vedo?
Marietta: Molte cose nella
vita esistono ma non si vedono. Pensa alle onde elettromagnetiche, alla forza
del pensiero. Il mondo dello spirito è vasto e complesso, innamoratene! Impara
a guardare lontano, Dio ha un progetto d’amore anche per te. Mantieni con lui
un rapporto vivo, gioioso e costante e nulla potrà insidiarti.
Manuel: Esiste il
paradiso?
Marietta: È la luce di Dio.
Manuel: E l’inferno?
Marietta: È la mancanza di
questa luce.
Manuel: Chi sono i santi?
Marietta: Anime più vicine
alla luce. Cercali e ti aiuteranno.
Manuel: E i cattivi?
Marietta: Anime che non vedono
la luce ma possono rivederla se si redimono vagando prima nella nebbia del
purgatorio. Dio mette alla prova. Servono fede, perseveranza e pazienza
affinchè Egli operi nella nostra vita.
Manuel: Puoi dirmi quando
morirò?
Marietta: Non lo so ma anche
se lo sapessi non te lo direi mai, sarebbe la fine, un conto alla rovescia. Non
un secondo in più, non un secondo in meno di quando Dio ha già stabilito.
Manuel: Cosa ti piace di
più di me?
Marietta: La tua sensibilità
disarmante.
Manuel: Quando ci sarà la
fine del mondo?
Marietta: Non lo so ma anche
se lo sapessi, non te lo direi.
Manuel: È peccato
suicidarsi?
Marietta: Perché questa
domanda? Mi fai paura. È uguale a uccidere. Non puoi fuggire dai tuoi tormenti
con la morte, li ritroveresti nell'altra vita.
Manuel: Qual’è il più
grave peccato?
Marietta: Ce ne sono tanti,
forse l’odio. Con la preghiera e portando la croce si annullano. Serve la
conversione del cuore per la redenzione.
Manuel: Dove sono adesso
i grandi poeti del passato che magari avevano le mie stesse inquietudini, le
mie stesse paure?
Marietta: Sono tutti vivi,
stanno sperimentando la luce, hanno un’ispirazione molto più profonda e
superiore a quella che possedevano sulla terra.
Ho narrato solo una minima parte delle
conversazioni avute con Marietta. Il tempo in cui mi incontravo con lei è
durato assiduamente per una quindicina di giorni, dagli ultimi di gennaio sino
a metà del mese successivo nell’anno 1984. Il posto era sempre lo stesso, la
parte più alta del cimitero. L’ora era sempre quella, dalle 9 del mattino sino
a mezzogiorno.
Sostituivo
praticamente la scuola col cimitero. Tutto questo ebbe fine, o stava per
finire, quando Marietta, improvvisamente, decise di non apparirmi più
lasciandomi per sempre ed io, in preda alla disperazione, cercavo di sapere da
lei il motivo.
DIALOGO TRA MANUEL
(IL VERO ME STESSO)
E MARIETTA
Manuel: Perché vuoi
scomparire Marietta? Tu eri viva, esistevi davvero. Pure i fantasmi si
allontanano da me.
Marietta: No Manuel, io non
esisto più, non posso esistere, non posso vivere per colpa degli altri che non
vogliono più farti sognare. Tu devi restare con i piedi per terra altrimenti
verresti deriso da tutti, preso per pazzo. Devi convincerti che io sono il
frutto della tua grande immaginazione, la proiezione del vero te stesso. Tu mi
hai fatto rinascere dalla morte perché hai creduto con tutta la tua mente, con
tutto il tuo cuore, alla forza di sognare che hai dentro di te. Io prima ti ero
vicina, ti parlavo, ti capivo, ero reale perché tu ascoltavi la voce dei tuoi
desideri, dei tuoi sogni. Ma adesso tu stai dubitando della tua immaginazione,
non ascolti più il vero te stesso e mi stai facendo morire per sempre. Manuel
perché non ascolti più la voce del
bambino che è in te? Non senti questo caldo agli occhi che vorrebbe essere
pianto? Tu mi avevi creato, adesso perché vuoi distruggermi? Con me morirai
anche tu, non ti ritroverai più, resterai solo, almeno io ti capivo perché ero
lo specchio del vero te stesso, ero la tua libertà, la tua energia vitale,
perché vuoi annientare tutto? Manuel non sono io che sto fuggendo da te ma sei tu
che per sempre stai fuggendo da me. Ti prego resta te stesso, ascolta i tuoi
sogni, non morire anche tu diventando uguale agli altri, tu sei diverso da
loro. Quando si crede veramente ai sogni, niente diventa impossibile. Io ero
morta e grazie a te sono rinata.
Manuel: Marietta, ma se
per gli uomini è così importante sognare come mi stai dicendo tu, perché allora
non ascoltano i loro sogni? perché se io provo a sognare mi emarginano?
Marietta: Tutto questo Manuel
accade perché sognare è come essere liberi. Gli uomini sono nati liberi perché
sono spiriti liberi, hanno avuto da Dio il dono della libertà e quindi hanno
diritto di sognare ma, chissà perché, hanno paura della loro stessa libertà,
non riescono ad essere se stessi e preferiscono chiudere le loro menti e così
non sognano più. È per questo che nel mondo c’è odio, invidia, materialismo,
c’è l’arroganza del potere, ci sono le guerre, perché è molto più facile
comandare sulle menti chiuse che non credono più a niente e così si arriverà
alla fine.
Manuel: Marietta, io
sento che tu hai ragione. Io non voglio soffocare la mia mente, la mia libertà,
la voglia di sognare, voglio restare me stesso ma come posso fare? Ormai vivo
in un mondo chiuso che non sogna più. Se resterò me stesso, non mi capirà e non
mi crederà nessuno. Cosa posso fare Marietta? Ti prego aiutami, cosa posso
fare?
Marietta: Devi restare sempre
te stesso Manuel. Vivi la tua libertà, dai ascolto ai tuoi sogni e non sarai
mai solo. Saranno i tuoi stessi sogni a portarti lontano, a farti compagnia e
poi ci sarò io con te perché sento che stai ricominciando a credere ed io non
sto morendo più. Scrivi una storia, la storia di noi due, leggila a chiunque,
bussa ad ogni porta. Non aver paura se ti prenderanno in giro perché ci sarò io
a darti forza. Racconta di noi due al mondo intero, ai bambini, ai vecchi, non
ha età la forza dell’immaginazione. Vedrai che qualcuno, in questo momento,
sentendo la nostra storia, sta cominciando ad aprire la sua mente e a provare a
volare finalmente, perché ci ha capiti, perché dentro è uguale a noi ed è bello
poter essere capiti da qualcuno per quello che siamo realmente, è bello poter
aiutare il nostro prossimo. Coraggio Manuel, dammi la mano e camminiamo
insieme.
Manuel: Sì Marietta,
camminiamo insieme.
Dopo
vent’anni, l’altro giorno, sono tornato in quel posto. Ho rivisto le tombe
abbandonate dell’Ottocento ma non mi hanno suscitato nessuna emozione. Sono
stato anche sulla tomba di Marietta ma mi è sembrata anch’essa come tutte le
altre, fredda e muta, non aveva più nulla da comunicarmi. Era come se la storia
di questo libro fosse stata vissuta da un’altra persona e non da me.
Sono
tornato a casa con la morte nel cuore e più solo di prima. Mi rendevo conto che
mai più avrei potuto rivedere Marietta perché una ragazza di 16 anni non
avrebbe più nulla da dire ad un uomo di 40 ma soprattutto perché con l’età
adulta, assieme alla giovinezza, avevo perduto anche la mia ingenuità.
“Colei che brevemente
fu
e che mai in vita
conobbi”
è dedicato a Marietta
Cianciolo
anche se non saprò mai se le piacerà.-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------



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