mercoledì 20 maggio 2020

CLAUDIO CISCO











                                                    CLAUDIO CISCO
Spirito irrequieto ed artisticamente creativo. Scrive in prosa e versi spaziando attraverso varie tematiche: dal fantastico al surreale, dall’erotico al lugubre, dal mistico all’introspettivo.


CLAUDIO CISCO e il suo mondo di scrittore









Pagina di giorni inutili
spesi a pensare e piangere,
muta amica di parole confidate ad un diario
silente fanciulla triste ma accattivante.
Con la tua veste leggera di tulle
mi inviti a ballare
un giro di danza e mi dici perfino:
“sai che amo ballare con te!”.
Mi afferri le mani e me le stringi forte
ed io mi sento così bene,
è tutto incredibilmente assurdo
incomprensibile.
Ma non vedi la contraddizione
nella nostra amicizia?
Io con te dovrei sentirmi…
solo!
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CLAUDIO CISCO.  Scrittore  poeta.  Nato a Messina nel 1964.  Appassionato dell’arte in tutte le sue forme e manifestazioni, trova prestissimo la propria realizzazione artistica nella letteratura, anche perchè sollecitato sin da giovanissimo da una innata predisposizione verso la scrittura che si è rivelata sempre viva e costante. Compone incessantemente sia in linguaggio poetico che in quello prosaico. Tra i temi trattati dall’autore con maggiore interesse durante questo cammino letterario spiccano l’amore per l’adolescenza e più in generale per la giovinezza, la continua e spasmodica ricerca di un contatto quasi epidermico con la natura come rifugio personale fin quasi a sentirsi in perfetta simbiosi con essa, la sempre presente attrazione verso l’irrazionale e l’indefinito che trova nel mondo della fantasia e dell’onirico, del misterioso e del fabuloso, la pià alta espressione della sua creatività. Malinconia e tristezza, desiderio d’evasione e tematiche esistenziali ma anche romanticismo e psicologia dell’animo umano, rappresentano i sentimenti e le attitudini più consoni all’autore che traspaiono riflessi emergendo attraverso i personaggi da lui creati che sono sempre gli ultimi e i disadattati, i sensibili e gli incompresi. Una fondamentale svolta nella creatività dell’autore, è stata data dalla sua recente conversione alla religione evangelica e cristiana che, avvicinandolo fortemente alla fede, gli ha permesso un radicale cambiamento di sentimenti e tematiche delle proprie opere, facendolo aprire conseguentemente all’ottimismo e alla certezza della speranza. I testi sprizzano da tutti i pori gioia e positività che hanno sostituito quel buio e quella negatività che vi aleggiavano prima della conversione.
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LA LUNA DI PETER PAN
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Sentirsi eterni adolescenti
o addirittura curiosi bambini
alla meravigliosa scoperta del mondo.
Presi per mano dalla fantasia,
sospesi fra le nuvole
tra favole ed eroi,
viviamo nella città dei sogni.
In fondo
siamo creature talmente vulnerabili e fragili
che finiscono per provare realmente
i sentimenti e le emozioni che immaginano.
E rifiutare di crescere,
fuggire dalle proprie responsabilità,
annullare la vecchiaia e cancellare la morte.
Tutto è ingenuità,
disarmante stupore,
poetica avventura,
tenerissima immaturità.
Avere per amici solamente
gli artisti,
gli uccelli,
gli acrobati,
gli angeli
e tutti coloro i quali
con i piedi per terra
un senso non hanno.
Viaggiare con la mente,
leggeri come piume
che non atterrano neanche senza vento,
col dono dell’immunità’
verso i problemi pratici quotidiani,
incontaminati dalla crudeltà del materialismo.
Noi siamo Peter Pan,
affetti da una sindrome cronica
che non si potrà mai curare
e che si nutre ogni giorno
di nuovi colori, nuove sensazioni,
abbiamo la luna sempre negli occhi
siam pronti a raggiungerla in ogni magico istante.
Siam veramente malati e patologici?
o forse siamo solo
più fortunati di altri,
capaci di essere noi stessi.
Credo che siamo davvero vicini a Dio
e veniamo da un mondo
che sta al di là.
Sentirsi eterni adolescenti
o addirittura curiosi bambini
alla meravigliosa scoperta del mondo.
Presi per mano dalla fantasia,
sospesi fra le nuvole
tra favole ed eroi,
viviamo nella città dei sogni.
In fondo
siamo creature talmente vulnerabili e fragili
che finiscono per provare realmente
i sentimenti e le emozioni che immaginano.
E rifiutare di crescere,
fuggire dalle proprie responsabilità,
annullare la vecchiaia e cancellare la morte.
Tutto è ingenuità,
disarmante stupore,
poetica avventura,
tenerissima immaturità.
Avere per amici solamente
gli artisti,
gli uccelli,
gli acrobati,
gli angeli
e tutti coloro i quali
con i piedi per terra
un senso non hanno.
Viaggiare con la mente,
leggeri come piume
che non atterrano neanche senza vento,
col dono dell’immunità’
verso i problemi pratici quotidiani,
incontaminati dalla crudeltà del materialismo.
Noi siamo Peter Pan,
affetti da una sindrome cronica
che non si potrà mai curare
e che si nutre ogni giorno
di nuovi colori, nuove sensazioni,
abbiamo la luna sempre negli occhi
siam pronti a raggiungerla in ogni magico istante.
Siam veramente malati e patologici?
o forse siamo solo
più fortunati di altri,
capaci di essere noi stessi.
Credo che siamo davvero vicini a Dio
e veniamo da un mondo
che sta al di là.
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IL SILENZIO NEL SILENZIO
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Erba appena bagnata sulla livida terra,

odore di pioggia da poco caduta

trasporta nell’aria bollicine di sogni

in questo autunno che scorre lento…

Silenti alberi ammutoliti e spogliati

attendono stanchi giovani foglie,

con la nuova stagione arriveranno

in questo autunno che respira lento…

Un colore giallognolo suggestivo e irreale

avvolge ogni cosa di magico incanto,

sfumature di anime invocano il sole

in questo autunno che sbadiglia lento…

Piante e animali stanno dormendo,

la natura è un fantasma che si aggira ramingo,

persino le pietre chiudono gli occhi arrossati

in questo autunno che dorme lento…

Non si avvertono rumori, non si odono lamenti

non c’è più linfa, è sottratta ogni energia

domina il nulla immobile e statico

in questo autunno che tace lento…

Una coltre di nebbia come una nuvola

disegna il paesaggio di malinconica assenza,

una sottile tristezza scende sul cuore

in questo autunno che muore lento…

E in questo bosco solitario e sperduto

dove anche il vento non ha la forza di soffiare,

io perdo me stesso ed i miei pensieri

e nel silenzio io rimango in silenzio.
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L’ANGELO NERO
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L’angelo nero è tornato

a bussare alla mia porta.

È entrato

senza che me ne accorgessi.

Nel silenzio assoluto

dei suoi passi inesistenti,

mi avvolge nel suo manto

fatto di fumo e di tenebre.

Muta creatura

della notte più buia,

mi hai preso

senza che un lamento

venisse fuori dalle mie labbra gelide,

bianche come la cera.

Ora sono anch’io una creatura della notte

una sorta di vampiro

assetato di vita, assuefatto di morte,

faccio parte del tuo mondo allucinante.

Voglio solo fuggire via, nell’oscurità,

spiegare le mie ali di pipistrello

e volare lontano

nella notte che adesso sento d’amare.

Fuori il fiume sta scorrendo,

dentro il fuoco non si spegne

mai un momento,

ed io come ti sento, io ti sento!

E tu, angelo nero,

ormai vivi nell’oscurità della mia anima

come una candela accesa

che va spegnendosi lentamente

ma che non si consuma.
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FIGLIA DEL VENTO
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Lei è nata sulle rive del Sindh

aveva lunghi capelli neri,

sua madre la lavò nel fiume

suo padre le cantò una canzone tribale.

È nata mentre arrivava l’inverno

le capanne erano fredde,

crescendo ha teso la mano, la sua voce voleva parlare

ma la gente volgeva lo sguardo altrove.

Ha camminato a piedi scalzi

e ballato sotto la luce del sole

mentre i violini sembravano piangere in musica,

e i vecchi del campo narravano misteriose leggende.

L’hanno vista fare l’amore sulla terra nuda

parlare agli animali

sfogliare i petali d’un fiore

giocare prendendo per mano i bambini del campo.

Lei leggeva il destino

vedeva l’anima riflessa negli occhi

poi in silenzio

riprendeva il suo cammino.

È una ROM figlia del vento

la sua strada è lunga e faticosa

ma è libera e felice di essere quel che è:

la vita è andare verso dove non sai.

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SPREMI IL MIO SUCCO
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Spremi il mio succo ragazza!

spremi tutta la vigna

e beviamo sino ad esserne ebbri

che anch’io sono pazzo di te

e di nuovo ardo di febbre.

Spremine ancora e ancora

e riempi la coppa proibita

per brindare sorella all’aurora

splendida amante della vita.
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ERA UN GIOCO
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Le rincorse sui prati

quell’acchiapparci

per finire lottando fra l’erba

… era un gioco.

Era un gioco

il mio corpo sul tuo

e trattenerti vinta per terra,

posarti la testa sul seno

aspettando che il respiro

tornasse leggero

… era un gioco.

Era un gioco

la prigionia contro i sassi

del muretto tra i rovi,

il tuo viso offerto nel sole

la dolce schermaglia dei fianchi

… era un gioco.

Ma quel gesto in più,

la mia incontrollata reazione,

la follia che ci prese

e che ci sconvolse la vita,

era un gioco dal quale

non abbiamo più fatto ritorno.
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MEDUSA
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Chioma di Medusa

ha i suoi tentacoli stesi sul letto.

Salice piangente

sul colle d’illusioni,

la luce dell’alba l’accende

fonde le fronde col cielo infuocato,

disegna l’ombra e il profilo

amaro e sommesso … dolce e sottile …

… fiero e slanciato.

Occhi penetranti come fari di luce,

inestinguibili fonti di vita,

pozzi profondi, impercepibile essenza

dolce presagio di un amaro futuro

prova incombente di vita e di morte.

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AMORE
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Ho visto lanterne ardere
in un silenzio infinito
dove la memoria
si perde.
Voci di bambini aleggiare
in un tempo remoto
dove suoni di flauti
contrastavano sussurri e grida.
Incontrollato amore, sconosciuto, amaro
disperato amore
che devasti l’animo
e sconvolgi la mente.
Amore rincorso, perduto, ritrovato
amore di lacrime
che purifichi gli occhi
e lontano calmi l’ardore.
Ho sentito il mare infrangersi
in onde di tempesta
in un tempo inaccessibile
dove il dolore si dissolve.
E ricordi amari al cuore
che offuscano
la vita vissuta
e non vissuta.
Inspiegabile amore, vagabondo, inconsueto
fragile amore
che distruggi il mio sangue
e annienti il mio corpo.
Amore cercato, sognato, sperato
amore di rabbia che infiammi lo sguardo
e lontano
accendi le vene.
Più amore
più forza,
più di te
dentro me.
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BIANCANEVE
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Ragazzini eravamo forse bambini
una decina circa non di più
8-10-13 anni al massimo
queste le nostre età.
35 anni aveva lei se ben ricordo
Biancaneve la chiamavamo noi,
per cinquemila lire il pisellino ci toccava,
per dieci lo succhiava.
Infine per trentamila l’amore faceva
e sempre con uno per volta
mai tutti assieme
o più di uno.
Com’era bella Biancaneve nostra!
Com’era dolce e comprensiva!
Come ci sapeva fare!
Un dolce segreto era e nessuno di noi mai parlò.
Per caso l’ho rivista dopo 30 anni e forse più
appesantita, invecchiata, sfiorita, la nonna pareva
di quella Biancaneve conosciuta allora
ma un sussulto al cuore ho avuto lo stesso nel vederla:
“Biancaneve!”
d’istinto le ho detto senza volerlo;
“Prego?”
mi ha risposto stupita lei.
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CANTO DI DELIZIA
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La mia lingua sfiora la tua lingua,
il mio sesso nel tuo sesso,
il mio cuore nel tuo cuore,
la mia vita nella tua.
Anima sguarnita da ogni vincolo
stretta a me in un desiderio sfrenato
rincorre la perfetta incarnazione del godimento.
Bagnato è il tuo corpo
di linfa sacra
dove riposa la più alta eccitazione
delle fantasie più proibite ed inconscie.
Profumo di rose appena colte
sparse nel tuo campo che ho appena sconfinato,
in un sussulto il tuo respiro
sa di mandorle e canditi.
I tuoi vagiti si fondono con i miei
creando intensi movimenti fisici
di pura creazione artistica
tramutandosi in un canto di delizia.