MADRE E FIGLIO
Perchè sei così sporco,
figlio mio?
sembri il figlio di nessuno!
Ho fatto l'amore per la prima
volta, madre!
con una grande signora.
Perchè l'hai fatto, figlio
mio?
c'è il tempo giusto per ogni
cosa.
Volevo farlo, madre!
non volevo avere rimpianti.
Ma sei impazzito, figlio mio!
hai imboccato una strada
sbagliata.
Forse sto sbagliando, madre!
ma abbiamo sentito di farlo
sulla terra e nel fango.
Tu hai perso il senno della
ragione, figlio mio!
non ascolti più neanche tua
madre.
Io ti voglio ancora bene,
madre!
ma oggi ho scoperto di avere
un'altra madre:
è questa terra che stringo
nelle mani,
e l'aria che sto respirando,
e la natura, il mondo,
l'universo
e tutto ciò che mi sta
intorno.
E quando mi sentirò triste e
solo,
mi arrotolerò con gioia nel
fango,
soffierò felice sulla polvere
delle mie mani,
bacerò i fiori dei campi
e mi laverò la faccia con
l'acqua dei ruscelli.
Non ti capisco e non ti
riconosco più, figlio mio!
ma come parli?
Io invece ora mi conosco
bene, madre!
parlo col linguaggio
dell'amore!
E darei tutto quel che ho
pur di trasmetterti la
felicità che ho dentro.
LUNGO LE STRADE DEL MONDO
Girando a lungo per le strade
del mondo
ho incontrato tanta gente:
bianchi e neri, ricchi e
poveri,
santi e carcerati.
Ho conosciuto servi e re,
cristiani e musulmani, suore
e prostitute.
All’apparenza
mi sembravano diversi gli uni
dagli altri
ma poi li ho visti piangere
tutti allo stesso modo.
Ho capito dentro di me
che esiste una sola razza:
l’umanità,
un solo gesto: la solidarietà.
Erano brevi attimi di buio
interrotti da labbra di neve,
addolciti da profumi
d’incenso
e deliziose manie.
Era l’estate appagante
nella sua rossa solitudine
assordante di rumori al
sapore di grano.
Ti adoravo mia adolescente
luna,
disegnandoti sul mio diario
segreto
illuminavi i miei giorni
confusi, le notturne paure,
e le memorie ancora acerbe
prendevano forza
in una danza eclettica di
ondeggianti stelle.
Eri mia, lunghi fianchi
sinuosi
distesi su letti d’argento,
e lì riappariva il mare nella
sua immensa distesa.
Oggi che i miei giorni si
consumano di vecchiaia,
sei ancora mia
attraverso rughe di
arrugginite memorie.
MIA EVA
Mia Eva! Inizio della fine
sei tu la prima donna
l’origine delle mie perversioni
il pretesto per la mia follia
la madre dell’animale che è
in me,
hai creato il mio istinto che
ormai è morboso
il mio desiderio che è già
sporcato.
Nel paradiso terrestre,
trascinato indietro di mille secoli
io ti osservo nuda,
allucinante visione,
misteriosa e invitante.
Giochi con le armi della seduzione.
Dammi la mela ti prego, che
aspetti?
voglio mangiarla!
è eccitante peccare
se tu mi sei vicina, nel
pericolo mi sento al sicuro.
Dimmi dov’è il serpente,
l’hai calpestato o no?
Voglio essergli amico e non
mi farò esorcizzare.
Non mi importa di rimanere
dannato per l’eternità
di lavorare, sudare e morire
di bruciare nelle fiamme
dell’inferno,
l’importante è averti
accanto.
Sei tu la causa del mio male
ma lo stesso male è ambiguo
cambia forma quando credo di
conoscerlo.
Dal giorno che mangiasti
quella mela
ogni uomo è sempre guidato
dalla follia d’una donna.
OSSESSIONE PER UNA NINFETTA
(liberamente ispirata al
libro LOLITA di V. Nabokov)
Spiccava col suo giovane
corpo e l’aria da bambina
tra la gente ignara,
quel piccolo micidiale
demonietto,
inconsapevole anche lei del
proprio fantastico potere.
Mi guardò col suo visino
indecifrabile di ragazzina tredicenne
come se mi avesse letto il
desiderio negli occhi
fino ad intuirne la
profondità,
e nel preciso momento in cui
i nostri occhi s’incrociarono,
tra di noi si stabilì subito
un’intesa
capace di annullare in
quell’attimo qualunque barriera
ed io non avrei potuto
abbassare gli occhi
neanche se fosse stata in
gioco la mia vita.
La sfiorai ma senza osare
toccarla,
respirai intensamente quella
sua delicata fragranza
che sapeva di borotalco,
e da quel punto così vicino
eppure disperatamente lontano,
ebbi per la prima volta la
consapevolezza,
chiara come quella di dover
morire,
di amarla più di qualsiasi
cosa avessi mai visto
o potuto immaginare,
e di voler essere il primo ad
assaporare quel piacere proibito
che soltanto la mia
giovanissima dea dell’amore
avrebbe saputo offrirmi
in un paradiso illuminato dai
bagliori dell’inferno.
Un uomo normale,
forse per vergogna o sensi di
colpa,
scaccerebbe via dalla propria
mente simili pensieri.
Bisogna essere artisti,
eterni bambini sempre in volo
senza logica né equilibrio,
folli di malinconia e di
disperazione,
di solitudine e di tenerezza
per lasciarsi totalmente
trasportare e tormentare
dalla magica ossessione per
quella ninfetta.
ASSENZA
(liberamente ispirata al
libro LOLITA di V. Nabokov)
Bastava un tuo sorriso
per mostrarti bella dentro e
fuori
come un inno alla grazia,
malgrado le tue smorfie ed i
tuoi capricci,
desiderabile, né donna e né
bambina, favolosa e splendida
con la tua travolgente
sensualità acerba
mista di malizia e
d’innocenza.
Eri un cucciolo indifeso tra
le mie braccia,
non riuscivi a tirare fuori
la donna che stava nascendo in te.
Di quella mia incantevole
lolita
che mi aveva stregato persino
l’anima
fino a possedermi del tutto,
e del suo sconvolgente modo
di essere,
non mi rimane ora che l’eco
di un coro di fanciullesche voci
udite in lontananza e perdute
per sempre
come foglie morte sparse
lungo il sentiero
in una stordita calma
irreale.
È la mia fine come uomo,
l’apice della mia ispirazione
come artista.
La mia vita è ormai alla
deriva nelle tue mani di bambina,
legata a te da un cordone
ombelicale
obbedisce al tuo volere senza
più orgoglio, senza dignità.
Mi tormenta l’immagine dei
tuoi coetanei
che posano i loro sguardi
carichi di desiderio
sul tuo giovane corpo.
È folle il pensiero che la
tua verginale bellezza
appartenga esclusivamente ad
un uomo della mia età
ma più ti sento
irraggiungibile
e più cresce in me il
desiderio di averti.
Come un vecchio mendicante
ormai solo ed esausto,
chiedo ancora ad una ragazzina
che non ha colpa,
l’elemosina d’un amore che mai potrà darmi.
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IL TRENO DELLA VITA
E il treno corre,
corre lontano sui binari della vita,
lungo la strada del mio dolore.
Va via velocemente
proprio come i miei anni,
il mio tempo che scorre.
Dai vetri del finestrino il quadro cambia sempre
vedo montagne invalicabili di paure,
pianure non più verdi di speranze invecchiate,
laghi salati di pianto amaro.
Vedo fiumi, violente cascate trascinare via tutto quanto,
mari in tempesta come i miei pensieri irrequieti.
Vedo gallerie coprire il sole come i miei momenti bui,
prigioni di tanti limiti ed arrese,
miraggi di felicità nei deserti della mia esistenza,
il cielo dove non ho mai volato,
lontane isole esplorate solo nei sogni,
nebbia lontana e foschie senza amore, senza fortuna
e poi
file di alberi e nuvole passare come un susseguirsi di emozioni,
paesi e città fuggire malinconicamente come i ricordi più belli,
prati verdi dove correvo sull’erba da bambino,
rivedo mia madre aspettarmi a braccia aperte,
odo nel vento la sua voce che mi chiama.
Il treno corre
la sua corsa senza fine
senza ritorno, senza fermate
ed io via con lui
m’allontano sempre più senza sapere dove andrò,
certo di perdermi solo
come un vagabondo senza famiglia.
Addio casa mia d’infanzia!
Addio amici della mia adolescenza!
Addio giovinezza perduta per sempre!
Quanta struggente nostalgia mi avete lasciato!
Com’è triste non poter tornare indietro!
Ma perché la vita è una corsa continua?
Perché la fine di un viaggio non c’è mai?
Mi fermerò soltanto
quando giungerà l’autunno con la sua folata gelida,
come foglia ormai ingiallita,
sarò strappata dal mio albero,
trascinata nel vento.










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