lunedì 4 maggio 2020

. POESIE (Claudio Cisco)

 MADRE E FIGLIO
Perchè sei così sporco, figlio mio?
sembri il figlio di nessuno!
Ho fatto l'amore per la prima volta, madre!
con una grande signora.
Perchè l'hai fatto, figlio mio?
c'è il tempo giusto per ogni cosa.
Volevo farlo, madre!
non volevo avere rimpianti.
Ma sei impazzito, figlio mio!
hai imboccato una strada sbagliata.
Forse sto sbagliando, madre!
ma abbiamo sentito di farlo sulla terra e nel fango.
Tu hai perso il senno della ragione, figlio mio!
non ascolti più neanche tua madre.
Io ti voglio ancora bene, madre!
ma oggi ho scoperto di avere un'altra madre:
è questa terra che stringo nelle mani,
e l'aria che sto respirando,
e la natura, il mondo, l'universo
e tutto ciò che mi sta intorno.
E quando mi sentirò triste e solo,
mi arrotolerò con gioia nel fango,
soffierò felice sulla polvere delle mie mani,
bacerò i fiori dei campi
e mi laverò la faccia con l'acqua dei ruscelli.
Non ti capisco e non ti riconosco più, figlio mio!
ma come parli?
Io invece ora mi conosco bene, madre!
parlo col linguaggio dell'amore!
E darei tutto quel che ho

pur di trasmetterti la felicità che ho dentro.








LUNGO LE STRADE DEL MONDO


Girando a lungo per le strade del mondo

ho incontrato tanta gente:

bianchi e neri, ricchi e poveri,

santi e carcerati.

Ho conosciuto servi e re,

cristiani e musulmani, suore e prostitute.

All’apparenza

mi sembravano diversi gli uni dagli altri

ma poi li ho visti piangere

tutti allo stesso modo.

Ho capito dentro di me

che esiste una sola razza: l’umanità,

un solo gesto: la solidarietà.
ADOLESCENTE LUNA

Erano brevi attimi di buio

interrotti da labbra di neve,

addolciti da profumi d’incenso

e deliziose manie.

Era l’estate appagante

nella sua rossa solitudine

assordante di rumori al sapore di grano.

Ti adoravo mia adolescente luna,

disegnandoti sul mio diario segreto

illuminavi i miei giorni confusi, le notturne paure,

e le memorie ancora acerbe prendevano forza

in una danza eclettica di ondeggianti stelle.

Eri mia, lunghi fianchi sinuosi

distesi su letti d’argento,

e lì riappariva il mare nella sua immensa distesa.

Oggi che i miei giorni si consumano di vecchiaia,

sei ancora mia

attraverso rughe di arrugginite memorie.




MIA EVA

Mia Eva! Inizio della fine

sei tu la prima donna

l’origine delle mie perversioni

il pretesto per la mia follia

la madre dell’animale che è in me,

hai creato il mio istinto che ormai è morboso

il mio desiderio che è già sporcato.

Nel paradiso terrestre, trascinato indietro di mille secoli

io ti osservo nuda, allucinante visione,

misteriosa e invitante. Giochi con le armi della seduzione.

Dammi la mela ti prego, che aspetti?

voglio mangiarla!

è eccitante peccare

se tu mi sei vicina, nel pericolo mi sento al sicuro.

Dimmi dov’è il serpente, l’hai calpestato o no?

Voglio essergli amico e non mi farò esorcizzare.

Non mi importa di rimanere dannato per l’eternità

di lavorare, sudare e morire

di bruciare nelle fiamme dell’inferno,

l’importante è averti accanto.

Sei tu la causa del mio male

ma lo stesso male è ambiguo

cambia forma quando credo di conoscerlo.

Dal giorno che mangiasti quella mela

ogni uomo è sempre guidato

dalla follia d’una donna.



OSSESSIONE PER UNA NINFETTA
(liberamente ispirata al libro LOLITA di V. Nabokov)


Spiccava col suo giovane corpo e l’aria da bambina

tra la gente ignara,

quel piccolo micidiale demonietto,

inconsapevole anche lei del proprio fantastico potere.

Mi guardò col suo visino indecifrabile di ragazzina tredicenne

come se mi avesse letto il desiderio negli occhi

fino ad intuirne la profondità,

e nel preciso momento in cui i nostri occhi s’incrociarono,

tra di noi si stabilì subito un’intesa

capace di annullare in quell’attimo qualunque barriera

ed io non avrei potuto abbassare gli occhi

neanche se fosse stata in gioco la mia vita.

La sfiorai ma senza osare toccarla,

respirai intensamente quella sua delicata fragranza

che sapeva di borotalco,

e da quel punto così vicino eppure disperatamente lontano,

ebbi per la prima volta la consapevolezza,

chiara come quella di dover morire,

di amarla più di qualsiasi cosa avessi mai visto

o potuto immaginare,

e di voler essere il primo ad assaporare quel piacere proibito

che soltanto la mia giovanissima dea dell’amore

avrebbe saputo offrirmi

in un paradiso illuminato dai bagliori dell’inferno.

Un uomo normale,

forse per vergogna o sensi di colpa,

scaccerebbe via dalla propria mente simili pensieri.

Bisogna essere artisti,

eterni bambini sempre in volo senza logica né equilibrio,

folli di malinconia e di disperazione,

di solitudine e di tenerezza

per lasciarsi totalmente trasportare e tormentare

dalla magica ossessione per quella ninfetta.




ASSENZA
(liberamente ispirata al libro LOLITA di V. Nabokov)


Bastava un tuo sorriso

per mostrarti bella dentro e fuori

come un inno alla grazia,

malgrado le tue smorfie ed i tuoi capricci,

desiderabile, né donna e né bambina, favolosa e splendida

con la tua travolgente sensualità acerba

mista di malizia e d’innocenza.

Eri un cucciolo indifeso tra le mie braccia,

non riuscivi a tirare fuori la donna che stava nascendo in te.

Di quella mia incantevole lolita

che mi aveva stregato persino l’anima

fino a possedermi del tutto,

e del suo sconvolgente modo di essere,

non mi rimane ora che l’eco di un coro di fanciullesche voci

udite in lontananza e perdute per sempre

come foglie morte sparse lungo il sentiero

in una stordita calma irreale.

È la mia fine come uomo,

l’apice della mia ispirazione come artista.

La mia vita è ormai alla deriva nelle tue mani di bambina,

legata a te da un cordone ombelicale

obbedisce al tuo volere senza più orgoglio, senza dignità.

Mi tormenta l’immagine dei tuoi coetanei

che posano i loro sguardi carichi di desiderio

sul tuo giovane corpo.

È folle il pensiero che la tua verginale bellezza

appartenga esclusivamente ad un uomo della mia età

ma più ti sento irraggiungibile

e più cresce in me il desiderio di averti.

Come un vecchio mendicante ormai solo ed esausto,

chiedo ancora ad una ragazzina che non ha colpa,

l’elemosina d’un amore che mai potrà darmi.

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IL TRENO DELLA VITA


E il treno corre,
corre lontano sui binari della vita,
lungo la strada del mio dolore.
Va via velocemente
proprio come i miei anni,
il mio tempo che scorre.
Dai vetri del finestrino il quadro cambia sempre
vedo montagne invalicabili di paure,
pianure non più verdi di speranze invecchiate,
laghi salati di pianto amaro.
Vedo fiumi, violente cascate trascinare via tutto quanto,
mari in tempesta come i miei pensieri irrequieti.
Vedo gallerie coprire il sole come i miei momenti bui,
prigioni di tanti limiti ed arrese,
miraggi di felicità nei deserti della mia esistenza,
il cielo dove non ho mai volato,
lontane isole esplorate solo nei sogni,
nebbia lontana e foschie senza amore, senza fortuna
e poi
file di alberi e nuvole passare come un susseguirsi di emozioni,
paesi e città fuggire malinconicamente come i ricordi più belli,
prati verdi dove correvo sull’erba da bambino,
rivedo mia madre aspettarmi a braccia aperte,
odo nel vento la sua voce che mi chiama.
Il treno corre
la sua corsa senza fine
senza ritorno, senza fermate
ed io via con lui
m’allontano sempre più senza sapere dove andrò,
certo di perdermi solo
come un vagabondo senza famiglia.
Addio casa mia d’infanzia!
Addio amici della mia adolescenza!
Addio giovinezza perduta per sempre!
Quanta struggente nostalgia mi avete lasciato!
Com’è triste non poter tornare indietro!
Ma perché la vita è una corsa continua?
Perché la fine di un viaggio non c’è mai?
Mi fermerò soltanto
quando giungerà l’autunno con la sua folata gelida,
come foglia ormai ingiallita,
sarò strappata dal mio albero,
trascinata nel vento.

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