A
dispetto del tempo che inesorabile scivola sui miei anni, son rimasto quel
bambino sperduto di ieri con lo stesso terrore di crescere, solo ed incompreso
tra mille paure. Ho ancora voglia di sognare, illudermi, fantasticare. Vorrei
rifugiarmi in un mondo solo mio, ricco di colori e d’ingenuità, dove poter
finalmente tornare bambino senza crescere più, allontanando le terribili ombre
della solitudine, della vecchiaia, della morte stessa, ma è un mondo fragile
spezzato crudelmente dalla nuda realtà. Così, ogni volta che provo a volare in
alto, una forza sconosciuta ed impietosa, mi taglia le ali ed io precipito giù
più triste che mai, come un gabbiano che non vola più, mentre le mie lacrime, quelle
stesse che percorrevan lente il mio viso pulito di bambino, continuano a non
sapere quel che loro stesse vogliono e a non trovare quel fazzoletto che le
possa asciugare per sempre. In esse, vedo riflessi i miei sogni, li vedo morire
uno dopo l’altro sciogliendosi come gocce di pioggia disposte in fila, sospese
alla ringhiera.
Continuo
ad osservare con occhi limpidi e stranieri, l’immenso mare della vita ma è
sempre inutile sforzarsi nel tentativo d’immergersi. Vedo lontano quel veliero
che da piccolo chiamavo col nome di speranza e che non è partito mai. Eppure
m’accorgo che dentro e fuori di me, v’è ancora tutto da scoprire e da imparare.
Sento in me una grande energia vitale, creativa ed artistica. C’è in me una
sensibilità profondissima, spaventosamente grande a confronto del mio
fragilissimo essere che più s’ingrandisce e più resta isolata, soffocata dentro
come un vulcano che dorme. Vorrebbe esplodere e sommergermi come un fiume in
piena ma non può farlo, come una bottiglia smossa dalla quale non è possibile
togliere il tappo. Forse sono troppo diverso da tutti perché possa essere
capito, o forse è solo colpa mia se non riesco a esternare quello che ho
dentro. Comincio a credere di essere un folle, quasi un alieno, così almeno mi
creo un alibi per giustificare questo mio giovane vivere, terribilmente e
prematuramente invecchiato.
Ho un disperato bisogno di vita, di giovinezza, di
entusiasmo, d’amore. Con chi potrò aprirmi manifestando come sono dentro? Chi
potrà veramente capirmi? Vorrei trovarti e finalmente gridarti con tutto il
fiato che ho: “Ispirami, sconvolgimi, amami”. E intanto cresce il terrore
d’invecchiare e il desiderio di morire ancor prima di vedere il mio corpo
mortificarsi con le prime rughe. Non potrei mai sopportare il tremendo contrasto
tra l’immortalità del mio spirito che, nonostante tutto sembra che esista, e la
debolezza del mio corpo in declino. Sono sicuro che dentro, resterò sempre un
bambino mai cresciuto anche se avrò i capelli bianchi e conserverò intatta
nelle pupille degli occhi, la stessa luce ch’emanavo da piccolo. Amo troppo la
giovinezza e non posso fare a meno di sognare per potermene fare una ragione
sulla vecchiaia che è uno stato del tutto naturale e, di conseguenza,
accettarla con rassegnazione o addirittura giustificarla. Per me la vecchiaia
resta il più grave e doloroso castigo che la natura scagli contro gli uomini. È
più malvagia e terrificante persino della morte. Eppure devo ammettere che la
mia solitudine e la mia tristezza, sono nate con me, le ho conosciute da
giovane, almeno in questo, la vecchiaia non c’entra. Estraniato da sempre dalla
vita, non avendo niente ed essendo di nessuno, ho scoperto man mano me stesso.
La mia solitudine è simile ad un messaggio chiuso in una bottiglia e gettato in
mare. Forse un giorno, quando non ci sarò più, leggendo queste mie accorate
riflessioni, mi capirai e, scoprendo che valevo qualcosa, piangerai per me.
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